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La Strada dei Samouni, il documentario di Stefano Savona tra realtà e animazione

Premio Oeil d’or al Festival di Cannes, dove era stato presentato nella sezione Quinzaine des Realisateurs, il prossimo 8 ottobre arriva nelle nostre sale – distribuito dalla Cineteca di Bologna – Le Strade di Samouni, il documentario realizzato da Stefano Savona.

Da quando la piccola Amal è tornata nel suo quartiere, ricorda solo un grande albero che non c’è più. Un sicomoro su cui lei e i suoi fratelli si arrampicavano. Si ricorda di quando portava il caffè a suo padre nel frutteto. Dopo è arrivata la guerra. Amal e i suoi fratelli hanno perso tutto. Sono figli della famiglia Samouni, dei contadini che abitano alla periferia della città di Gaza. È passato un anno da quando hanno sepolto i loro morti. Ora devono ricominciare a guardare al futuro, ricostruendo le loro case, il loro quartiere, la loro memoria.

Sul filo dei ricordi, immagini reali e racconto animato si alternano a disegnare un ritratto di famiglia, prima, dopo e durante i tragici avvenimenti che hanno stravolto le loro vite in quel gennaio del 2009, quando, durante l’operazione “Piombo fuso”, vengono massacrati 29 membri della famiglia.

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Lasciamo ampio spazio al racconto del film del regista Stefano Savona.

Nel Gennaio 2009, durante l’operazione militare israeliana a Gaza sono riuscito a infiltrarmi nella Striscia attraverso la frontiera egiziana, per realizzare un diario filmato di quei giorni di guerra che poi è diventato il mio film Piombo Fuso. Il 20 gennaio, in seguito alla ritirata dell’esercito israeliano, ho potuto raggiungere il nord della Striscia e la città di Gaza dove sono entrato in contatto con la famiglia allargata dei Samouni, una comunità di contadini, sino ad allora sopravvissuta miracolosamente a 60 anni di conflitti e occupazioni, che si confrontava per la prima volta con una tragedia senza precedenti. Ventinove dei suoi membri, donne e bambini per la maggior parte, erano stati uccisi da un’unità d’élite dell’esercito israeliano; inoltre le loro case e i loro campi erano stati completamente distrutti. Avvenimenti drammatici che sono stati in seguito l’oggetto di un’inchiesta dell’ONU, il rapporto Goldstone, e di una commissione d’inchiesta dell’esercito israeliano che ha riconosciuto l’errore militare”.

Ho iniziato a filmare i Samouni immediatamente, nel gennaio 2009. Ma sin dall’inizio non ho avuto alcun dubbio: il mio film non si poteva ridurre al mero rendiconto del massacro, al compianto sulla tragedia o alla denuncia di un’ingiustizia. Le televisioni e i giornali del mondo intero in quei giorni dopo la fine della guerra stavano già offrendo al mondo in ogni più macabro dettaglio il racconto di quella tragedia, mentre i principali partiti politici di Gaza, da Hamas alla Jihad Islamica, provavano in tutti i modi ad appropriarsi di quei lutti per la loro propaganda. Ma una volta che le televisioni sono andate via e i funerali terminati, i Samouni sono restati soli. Iniziava per loro la fatica più ardua: ricomporre le ferite fisiche ed emozionali tra le rovine delle loro case, in un territorio dove i confini sono ermeticamente sigillati”.

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In quel momento continuando a filmare la famiglia, con la quale ero diventato nel frattempo sempre più intimo, ho cominciato a chiedermi come in queste condizioni estreme potessi raccontare al meglio quella storia, attraverso quale percorso narrativo avrei potuto affrancarmi dai cliché mediatici e politici sulla Palestina, frutto di sessant’anni di semplificazioni progressive, Come andare oltre il grido di disperazione dei sopravvissuti e all’esposizione ‘iconica’ della tragedia e del corpo dei martiri? Cliché applicati a Gaza dalla retorica politica e religiosa dominante, che continua a rappresentare i Palestinesi come un tutto indistinto, una folla opaca e piangente di fantasmi, vittime o sopravvissuti, che null’altro hanno da offrire alla Storia se non il proprio martirio o quello dei loro cari e che, così facendo, anche nella vita restano prigionieri della morte; la tragedia di un popolo che non raggiungerà mai l’eloquenza narrativa che solamente l’imprevedibile varietà, le contraddizioni, le peripezie delle vite individuali possono avere”.

Sin da queste prime riprese, la risposta a questi miei interrogativi è venuta dagli stessi Samouni, e specialmente dai giovani protagonisti che ho iniziato a seguire giorno per giorno. Le loro parole e i loro ricordi hanno iniziato lentamente a ricostruire il ritratto di un’antica comunità contadina indipendente e composita, da cui emergevano le diverse personalità dei vivi e dei morti. Evocare il tessuto socio-economico del quartiere, parlare delle relazioni interne alla famiglia allargata, evidenziare le affinità e le divergenze di opinioni dei suoi componenti, diventava immediatamente, per me come per i protagonisti del film, un modo per destrutturare quel processo di uniformazione, di negazione delle specificità individuali inaugurato dai missili israeliani e dalla propaganda di Hamas e amplificato dai media internazionali: il racconto dei Samouni esclusivamente come vittime o sopravvissuti. La loro storia collettiva era ricca e complessa, piena di contraddizioni interne, di corti circuiti e di svolte inaspettate. Dovevamo quindi raccontare le loro straordinarie esperienze umane molto al di là degli avvenimenti drammatici di 2009”.

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Da allora, mi sono dato il tempo di ricostruire la storia dei Samouni da più lontano possibile. Volevo rendere giustizia alla singolarità di queste donne e questi uomini, alla loro saga familiare, al loro desiderio di indipendenza e alla loro tenacia. Quando sono tornato a Gaza nel 2010, appena un anno dopo il passaggio dei bulldozer dell’esercito israeliano, i Samouni erano già riusciti a recuperare una parte dei loro campi, a trasformare una distesa di macerie e di terra rossa in un quartiere fertile e verdeggiante. Malgrado le immense difficoltà pratiche, esasperate da un embargo asfissiante, i Samouni erano per la maggior parte sopravvissuti allo shock esistenziale provocato dalla tragedia e alle sue pesanti ricadute ideologiche. Non ho percepito un’uniformazione ma delle risposte ai drammi assolutamente personali, reazioni differenti al dolore, tentativi coraggiosi di mantenere il pensiero e le parole lontani dalla necrofilia jihadista che doppia dall’interno l’assedio militare israeliano e contribuisce alla paralisi della società a Gaza”.

Nel frattempo i partiti politici, e specialmente la Jihad islamica, si muovevano attorno ai Samouni nel tentativo, per lo più mancato, di sfruttare la loro aura di “martiri”. Nell’ostinato tentativo di salvaguardare la propria indipendenza e svincolarsi da logiche di assistenzialismo la maggior parte dei membri della famiglia aveva persino rifiutato la tessera di rifugiati dell’ONU, che avrebbe garantito loro razioni alimentari e aiuti economici. Avevo davanti a me delle persone che provavano a ribellarsi al “simbolo” che erano diventati, persone che si accanivano nei dibattiti, che s’infervoravano per la politica, per le loro scelte di vita o semplicemente per come piantare una lattuga; personalità diverse in nessun caso riducibili a un ritratto univoco. I Samouni sono lo specchio vivente di una società complessa che merita di essere raccontata”.

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Il film segue prevalentemente i giovani Samouni, bambini, adolescenti o giovani sposi, e i loro cari. Questi giovani protagonisti vivono in costante dialogo con il passato, un grande aiuto per tener testa alle sfide della vita attuale: un dialogo con il passato restituito nel film dalla relazione tra immagini documentarie e sequenze animate. Il “presente”, la vita attuale dei protagonisti del film, è tuttavia imprescindibile dalla loro memoria, resa attraverso l’animazione, e in particolar modo attraverso lo sguardo e i ricordi di una bambina. Amal, che con i suoi fratelli Fuad e Faraj, le cugine Mouna e Shifa, incarnano una generazione le cui vite stavano per crollare nel 2009 ma le cui radici affondano nel passato, nell’esistenza tutto sommato tranquilla a cui la comunità era abituata e in una concezione del mondo ereditata dai genitori, morti durante l’attacco”.

Le animazioni ricostruiscono i ricordi di questa vita antecedente l’attacco, di tutto ciò che è stato distrutto, il quartiere, le sue case e i suoi frutteti, mentre riportano alla vita i membri carismatici della famiglia morti durante il massacro. L’universo visivo e la tecnica del graffio su carta di Simone Massi, direttore artistico delle animazioni del film, riesce a coniugare un impressionante realismo con un’elevata capacità di resa del mondo metamorfico della memoria e del sogno. Ciascun disegno sembra faticosamente emergere dall’oscurità, prender vita su una lavagna immaginaria. Ciascun disegno è un’opera unica, frutto di ore di lavoro, ciascun minuto il risultato di settimane di impegno e per questo, alla fine, ha qualche cosa di imprevedibile, esattamente come un ricordo che riaffiora. Quanto di più prezioso”.

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Con questo film ho deciso di raccontare la storia della famiglia Samouni dall’interno, dal centro di questa comunità contadina e nel luogo che da essa prende nome. Viviamo la storia al fianco dei protagonisti, attraversando insieme a loro i campi che da sempre coltivano, i loro uliveti e i loro ricordi. Siamo posti come loro, di fronte a scelte e a circostanze che mettono a dura prova i loro valori e il loro modo di vivere. Assistiamo all’assidua lotta di una piccola comunità per preservare la propria identità e uno spazio, tanto sottile quanto prezioso, di libertà”.