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Anna Frank e il Diario Segreto, l’adattamento animato di Ari Folman che ha commosso Cannes

Presentato fuori concorso e accolto con 10 minuti di ovazione all’ultimo Festival di  Cannes, applaudito dai ragazzi di Alice nella Città, giovedì 29 settembre arriva nelle nostre sale Anna Frank e il Diario Segreto, l’adattamento animato del celeberrimo Diario di Anna Frank, frutto di otto anni di lavoro, di Ari Folman

Il film

Anna Frank e il Diario Segreto inizia con un miracolo: Kitty, l’amica immaginaria alla quale Anna Frank scriveva nel suo celebre Diario, prende vita nella Amsterdam dei nostri giorni. Ignara del fatto che siano trascorsi 75 anni, Kitty è convinta che, se lei è viva, allora deve essere viva anche Anna. Anna Frank e il Diario Segreto è la storia di Kitty e della sua febbrile ricerca attraverso l’Europa di oggi per ritrovare l’amica tanto amata. Armata del prezioso Diario e aiutata dal suo amico Peter, che gestisce un centro di accoglienza segreto per rifugiati clandestini, Kitty segue le tracce di Anna, dall’Annessione alla sua tragica fine durante l’Olocausto. Sconcertata da un mondo lacerato e dalle ingiustizie sopportate dai bambini rifugiati, Kitty decide di realizzare l’intento di Anna e, grazie alla sua onestà e al suo senso morale, lancia un messaggio di speranza e di generosità indirizzato alle generazioni future.

Ari Folman

Vi riportiamo qui sotto un estratto dell’intervista rilasciata dal regista Ari Folman.

Il tuo è un film sull’Olocausto. Perché hai deciso di usare l’animazione?

Perché credo che sia un mezzo per raggiungere il pubblico più giovane. Ed è esattamente per questa ragione che la Fondazione Anne Frank di Basilea mi ha contattato otto anni fa, chiedendomi di realizzare proprio un film di animazione. Cercavano una nuova dimensione attraverso la quale raccontare la storia dell’Olocausto. Poi è emersa l’idea di portare in vita Kitty per darle il ruolo di protagonista del film, affidandole il ruolo di narratrice. Altri due elementi decisivi sono stati il voler collegare passato e presente e voler raccontare gli ultimi orribili 7 mesi della vita di Anna Frank.

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Come si è materializzato questo nuovo approccio alla storia?

Come ho detto, la principale novità è stata quella di trasformare Kitty da amica immaginaria di Anna in una persona reale. Lei – e non Anna Frank – è la protagonista del nostro film. È lei ad intraprendere una ricerca per scoprire cosa sia successo ad Anna dopo la fine della guerra, come sia morta, cosa le sia successo. Facendo questo, scopre anche quale sia l’attuale situazione in Europa, piena di immigrati provenienti da ogni parte del mondo, in fuga da zone di guerra.

Raccontare l’Olocausto rappresenta di per sé una sfida. Come hai trovato il linguaggio giusto e il giusto mezzo espressivo per raccontarlo al tuo pubblico?

Mi sono semplicemente rivolto al potere dell’immaginazione. Se devi raccontare una storia così orribile, puoi scegliere se ricorrere all’umorismo o far leva solo sulle emozioni. Entrambe le scelte rappresentano strade percorribili. Se esageri, e costringi il pubblico a immergersi nei cliché abusati del dolore e della disperazione, rischi di non raggiungere lo scopo. Devi riuscire a mantenere un certo equilibrio nel mostrare l’umanità dei personaggi, evitando di far leva eccessivamente sugli aspetti commoventi, perché questo finirebbe col renderli artificiali.

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Hai assunto un approccio nuovo e totalmente diverso rispetto al Diario, che è un testo abbastanza noto alle giovani generazioni. Puoi dirci quali sono state le tue riflessioni rispetto a questo?

Abbiamo mantenuto molto del materiale originario contenuto nel Diario. Le scene che si svolgono nel passato raccontano la storia come è raccontata nel libro e direi che perfino il futuro, gli anni dopo l’Olocausto, sono già in un certo senso presenti nel Diario. Tuttavia il film racconta la storia in modo completamente diverso, in particolare non come un monologo di Anna ma come un dialogo che si svolge tra le ragazze. Con noi l’amica immaginaria è diventata reale, in grado di discutere con Anna ciò che lei aveva scritto in forma di monologo. In fin dei conti si tratta solo di una tecnica diversa per raccontare la stessa storia.

Credi che il Diario sia una buona fonte dalla quale trarre una lezione di storia per i bambini?

Sì. Il Diario è profondamente umano, è molto facile da leggere, comprendere e spiegare. Mancano tutti gli orrori vissuti da Anna e Margot dopo che Anna è stata costretta a smettere di scrivere. Non abbiamo una sua testimonianza sui sette mesi più terribili della sua vita. Questo rende più facile raccontare questa storia come la storia universale di una ragazza costretta all’isolamento in tempo di guerra, e sotto la costante minaccia di morire – come un diario scritto in modo meraviglioso, intelligente e coraggioso. Ma in questa storia manca del tutto la descrizione dell’orribile destino di quanti morirono di fame nei ghetti o furono deportati in treni che viaggiavano verso Est, verso la “soluzione finale”.

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Al giorno d’oggi sempre più giovani diventano attivisti impegnati in movimenti che provano a cambiare il mondo. Come percepisci questo fenomeno in relazione al film?

Nel mio Paese, in Israele, ho visto che gli attivisti appartengono a tutte le generazioni. Tuttavia sono stati i più giovani a manifestare tutti i fine settimana di fronte all’abitazione dell’ex-Primo Ministro Netanyahu, nel caldo torrido dell’estate o sotto la pioggia torrenziale d’inverno. E alla fine hanno vinto: il governo corrotto è stato sostituito da un nuovo governo. Il mondo sta cambiando. Sta diventando più razzista, più violento e antisemita. Ad un certo punto la gente raggiunge uno stato mentale che porta le persone a ritirarsi e a restare nella propria ‘comfort zone’. Negli ultimi anni Israele si è spostata decisamente a destra. Prima del Covid questa cosa provocava manifestazioni, soprattutto di giovani ventenni. Il loro attivismo era meraviglioso e consolante perché portava un po’ di speranza.

Quando il progetto è partito l’antisemitismo non era così diffuso. Secondo te il film può contrastare questo fenomeno in qualche modo?

La negazione dell’Olocausto è più forte tra gli estremisti ai margini della società. Dovremmo concentrare i nostri sforzi soprattutto sulla sensibilizzazione della maggioranza silenziosa per combattere la lenta caduta di quegli eventi nell’oblio e mostrare queste storie come rilevanti anche per il presente, e non come polverose reliquie del passato. Questo è molto più importante. Analogamente i bambini non dovrebbero crescere esposti a luoghi comuni, affermazioni retoriche e paure. Sono troppo svegli per queste cose, e crescono velocemente abituati ad usare la tecnologia. E’ incredibile la velocità con la quale perfino bambini di tre o quattro anni riescano ad assorbire informazioni, toccando lo schermo per la prima volta e imparando poi ad usarlo. Facendo questa operazione dovrebbero imbattersi in informazioni giuste, corrette e rilevanti. Se non saremo capaci di raccontare storie in grado di adattarsi al loro modo di fare le cose non riusciremo a stabilire un contatto con loro.

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Ed è per questo che hai deciso di sviluppare un programma educativo per accompagnare il film?

Sì. Abbiamo sviluppato un fantastico programma educativo in cooperazione con la Fondazione Anna Frank di Basilea. Esiste già la graphic novel del Diario, pubblicata durante la produzione del film nell’autunno del 2017 e da allora tradotta in 30 lingue (in Italia edita da Einaudi con il titolo “Anne Frank – Diario”. NdT). Adesso abbiamo anche il film e la storia di Kitty in forma di graphic novel, con il titolo: “Where is Anne Frank“. Abbiamo anche sviluppato un pacchetto educativo per scuole, insegnanti e studenti che contiene moltissime informazioni ed è complementare al progetto artistico. Tutto questo aiuta a soddisfare un bisogno di oggi, rappresentando un’opportunità per introdurre la storia del passato e l’attualità nelle classi.