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Blow-Up, quando Michelangelo Antonioni cercò di fotografare la realtà

Oggi al cinema torna in versione restaurata Blow-Up di Michelangelo Antonioni, pellicola  tratta dal racconto Las Babas del Diablo (Le Bave Del Diavolo) dell’argentino Julio Cortázar. Il film, scritto dallo stesso Antonioni e  Tonino Guerra, fu realizzato nel 1966 e vinse, l’anno successivo, la Palma d’Oro a Cannes. La pellicola – che suscitò molto scalpore (inizialmente fu censurata, definita come “oscena”) – vide tra i protagonisti David Hemming, Vannessa Redgrave, Sarah Miles e Verushka. Il restauro è stato realizzato da Cineteca di Bologna, Istituto Luce – Cinecittà e Criterion, in collaborazione con Warner Bros. e Park Circus.

Blow-Up fu il primo film in lingua inglese di Michelangelo Antonioni. La swinging London, magnificamente esaltata dalle invenzioni cromatiche di Carlo di Palma, le mode giovanili, la musica e la contestazione, servirono ad Antonioni per mettere in scena l’avventura di uno sguardo. La trama: una fotografia scattata per caso rivela, ingrandita, le presunte tracce di un delitto. E l’incapacità dell’uomo contemporaneo, e dell’artista, di far presa sul reale.

Riportiamo ora una serie di dichiarazioni sul film che lo stesso Michelangelo Antonioni rilasciò.

Mentre nei miei film ho cercato di esplorare il rapporto tra una persona e un’altra, del loro rapporto d’amore, della fragilità dei loro sentimenti, in questo, invece, è il rapporto tra il protagonista e ciò che si trova di fronte, il suo rapporto con il mondo. Ho voluto mettere in discussione ‘il reale presente’, ricreare la realtà in una forma astratta: vedere o non vedere il giusto valore delle cose. Blow-Up è la storia della giornata di un fotografo e l’esperienza che fa durante questa giornata. Fotografa due persone al parco e attraverso le fotografie scopre ciò che non aveva visto. Un elemento di realtà che sembra reale, e lo è, ma la realtà ha in sé un carattere di libertà che è difficile spiegare. Alla fine il fotografo ha imparato moltissime cose tra cui giocare con una palla immaginaria, il che è un bel risultato. Blow-Up, forse, è come lo zen: nel momento in cui lo si spiega, lo si tradisce. È un film che si presta a tante interpretazioni, proprio perché riguarda l’apparenza della realtà”.

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Io non so com’è la realtà. La realtà ci sfugge, mente continuamente. Quando crediamo di averla raggiunta, la situazione è già un’altra. Io diffido sempre di ciò che vedo, di ciò che un’immagine ci mostra, perché ‘immagino’ quello che c’è al di là; e ciò che c’è dietro un’immagine non si sa. Il fotografo di Blow-Up, che non è un filosofo, vuol andare a vedere più da vicino. Ma gli succede che, ingrandendolo, l’oggetto stesso si scompone e sparisce. Quindi c’è un momento in cui si afferra la realtà, ma il momento dopo sfugge. Questo è un po’ il senso di Blow-Up”.

Non direi che l’apparenza della realtà sia uguale alla realtà, perché le apparenze possono essere tante. Anche le realtà possono essere tante, ma questo io non lo so, e non ci credo. La realtà forse è un rapporto. Ma non ho l’abitudine di sviscerare la tematica di un film da un punto di vista filosofico, non è affar mio. Ho letto il racconto di Cortázar, mi è piaciuto, e ho rifatto il soggetto adattandolo a me. In Italia non ho trovato gli ambienti giusti e allora sono andato a Londra: era il periodo della swinging London. Quel clima spumeggiante, se così posso esprimermi, era quello che ci voleva. Blow-Up è un film che si presta a tante interpretazioni, perché la problematica cui si ispira è appunto l’apparenza della realtà. Quindi ognuno può pensare ciò che vuole. Il protagonista mi piace, mi piace la vita che fa. Quando preparavo il film l’ho fatta anch’io e mi sono molto divertito. Era una vita piacevole che però io facevo solo per inseguire il personaggio, non perché fosse la mia. Per me il delitto aveva la funzione di qualche cosa di forte, di molto forte, che ciononostante sfugge. E per giunta sfugge proprio a qualcuno, come il mio fotografo, che ha fatto dell’attenzione alla realtà un mestiere addirittura. Il mio fotografo rifiuta di impegnarsi, eppure non è un amorale, un insensibile, e io lo guardo con simpatia; rifiuta di impegnarsi perché si vuole tenere disponibile per qualche cosa che verrà, che ancora non c’è”.

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Il mio problema per Blow-Up era quello di ricreare la realtà in una forma astratta. Io volevo mettere in discussione “il reale presente”: questo è un punto essenziale dell’aspetto visivo del film, considerato che uno dei temi principali della pellicola è vedere o non vedere il giusto valore delle cose. Blow-Up è una recita senza epilogo, paragonabile a quelle storie degli anni Venti dove Scott Fitzgerald manifestava il suo disgusto della vita. La grande difficoltà con cui mi sono scontrato è stata quella di rendere la violenza della realtà. I colori abbelliti ed edulcorati spesso sono quelli che sembrano i più duri e aggressivi. In Blow-Up l’erotismo occupa un posto di prima linea, ma, spesso, l’accento è messo su una sensualità fredda, calcolata. I tratti di esibizionismo e di voyeurismo sono particolarmente sottolineati: la giovane donna nel parco si spoglia e offre il suo corpo al fotografo in cambio dei negativi che desidera tanto recuperare. Thomas è testimone di un abbraccio tra Patrizia e suo marito e la presenza di questo spettatore sembra raddoppiare l’eccitazione della giovane donna”.

Non è stato facile, Blow-Up. Ero privo dei miei abituali collaboratori (eccettuato l’operatore), soggetto a metodi orari meccanica di lavoro e mentalità completamente diversi dai nostri, lavoravo in uno stato di continua tensione. Ma sento che l’anno passato a Londra è stato decisivo per il mio lavoro. E sono contento di averlo speso là. Girare all’estero con una troupe straniera, in una lingua straniera, per faticoso che sia è un’esperienza utile. Si allargano gli orizzonti intellettuali, si impara a guardare il mondo con altri occhi, ci si libera del provincialismo, forse anche del quietismo che qui in Italia ci sta addosso come una cappa, si attua una nostra rivoluzione intima che, come tutte le rivoluzioni, ci dà alla fine qualcosa che assomiglia molto alla libertà. Arrivo a dire: la crisi del personaggio del film è stata un po’ anche mia, so di essere diverso da prima, proprio nel modo di stare di fronte alla realtà”.

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Si parla molto del problema dei giovani, ma i giovani non sono un problema, si tratta dell’evoluzione naturale delle cose. Noi che abbiamo saputo solo fare la guerra e massacrare le persone, non abbiamo il diritto di giudicarli e non possiamo insegnare loro nulla. Non sono né un sociologo né uno psicologo, ma mi sembra che i giovani oggi stiano cercando un nuovo modo di essere felici, sono impegnati in modo diverso dal nostro e nel modo giusto, io credo. Gli hippies americani, ad esempio, sono contro la guerra in Vietnam e contro Johnson, ma combattono i guerrafondai con l’amore e con la pace. Durante le manifestazioni contro la polizia abbracciano i poliziotti e lanciano fiori. Come si fa a colpire con il manganello una ragazza che ti dà un bacio? Nei loving parties in California, per esempio, c’è un’atmosfera di assoluta calma e tranquillità. Anche quella è una forma di protesta, un modo di essere impegnati, per dimostrare che la violenza non è l’unico mezzo di persuasione”.