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Giulio Base rilegge Il Banchiere Anarchico di Pessoa, ne I Villani di Daniele De Michele c’è la (vera) Cucina Italiana

Saranno presentati al pubblico per la prima volta due film italiani oggi alla 75. Mostra del Cinema di Venezia. Stiamo parlando de Il Banchiere Anarchico di Giulio Base, nella sezione Sconfini, e di I Villani, la pellicola di Daniele De Michele che invece verrà proiettato per le Notti Veneziane delle Giornate Degli Autori – Venice Days.

Il Banchiere Anarchico

Alla fine di una cena nel suo disadorno palazzo blindato, un potentissimo banchiere (Giulio Base) celebra frugalmente il suo compleanno. La ricorrenza si fa occasione per soddisfare le curiosità dell’unico commensale, e forse unico amico (Paolo Fosso), riguardanti la sua misteriosa ma irresistibile ascesa verso un’enorme ricchezza. Figlio del popolo, il banchiere sostiene che quel suo impero economico trae origine da una volontà di lotta sociale evoluta, che va condotta in solitudine, ma non per questo meno radicale dell’ideologia di quelli che si professano anarchici duri e puri. S

ostiene il banchiere che l’atto dell’isolarsi è l’unico modo per condurre una vera vita rivoluzionaria, per una militanza politica superiore a quella dei suoi vecchi compagni di ribellione che lui oggi apostrofa come “le puttane della dottrina libertaria”. L’uomo stordisce l’ospite con una colta esposizione sofistica intrisa di idee incendiarie contro le ingiustizie della borghesia e di denunce feroci nei confronti della strapotenza del veleno mortale che mina dall’interno la nostra libertà: il denaro. Denaro che il banchiere ha incamerato senza scrupoli e senza regole. Per essere libero, sostiene. Senza vergogna.

Banchiere Anarchico 2

Il film è filologicamente tratto dall’omonimo ‘racconto di raziocinio’ di Fernando Pessoa e mette in scena un dialogo platonico tra un ricchissimo banchiere (Giulio Base) e una sua vecchia conoscenza (Paolo Fosso). Scritto dal geniale poeta portoghese nel 1922 e tradotto in più di cento lingue in tutto il mondo, questa è la prima volta che il racconto di Fernando Pessoa viene adattato per il grande schermo e Giulio Base, che da oltre trent’anni ama e studia l’opera poetica dell’autore portoghese, ha deciso di far conoscere al pubblico cinematografico la sconvolgente logica dell’arco esistenziale di un plutocrate e dello schiacciante potere del denaro che lo ha trasformato dall’essere un semplice anarchico in uno spietato finanziere. «Pur rimanendo anarchico», almeno così dice il protagonista del racconto – e del film.

Giulio Base spiega: “ho vagheggiato a lungo la messinscena spoglia e da ragion pura di questo pamphlet fulminante con primi piani alla logica – ove si possa – e non agli attori. Il cinema regala ancora la possibilità di inquadrature ripulite dalle scorie. Da cinefilo inesausto amo gli autori così, le loro opere. In questa (per me nuova) ottica di rigore desideravo restituire l’impegno dell’ossimorico titolo. Quello della storia di tutte le società: la storia delle lotte di classe. La borghesia pare essersi eclissata dagli schermi. Ho provato a guardare in faccia il potere. Senza satira. Senza manicheismo. Pessoa ci ha insegnato che l’iconoclastia può celarsi dietro modalità sofisticate. Ho azzardato farne cinema“.

"I Villani"

“I Villani”

I Villani 

Il film segue quattro personaggi dall’alba al tramonto, da inizio a fine giornata di lavoro. Quattro “villani” che parlano di agricoltura, pesca, allevamento, formaggi e cucina familiare. Quattro personaggi che nel loro fare quotidiano rappresentano la sintesi delle infinite resistenze e reticenze ad adottare un modello gastronomico e culturale uguale in tutto il mondo. Quattro personaggi con le loro famiglie per verificare se la cucina italiana sia ancora un patrimonio vivo, se il passaggio di informazioni tra generazioni esiste ancora, se la cucina italiana così come l’abbiamo ereditata si salverà o scomparirà.

Il regista Daniele De Michele ha sottolineato: “questa gente mi raccontava il suo stare al mondo, il suo rapportarsi alla terra e alla storia del luogo che le aveva dato nascita. Era in questo intessersi delicato, talvolta ironico, talvolta doloroso tra i racconti intimi del loro vissuto e il loro cucinare con perizia, intelligenza, senso dell’osservazione che veniva fuori il senso più profondo della cucina italiana: il suo essere saggia, gustosa, parsimoniosa, rispettosa dei prodotti della terra e del mare. Questa gente mi mostrava in quei gesti sicuri di quanto la modernità andasse in conflitto radicale con quella cultura. Un conflitto che andava al cuore del problema“.

Per mangiar bene bisogna rispettare i tempi della cucina, bisogna rispettare le stagioni, la terra e il mare, tutto ciò che la modernità non fa più – aggiunge e conclude De Michele ne viene fuori un conflitto tra le parti, una resistenza, una proposizione di un nuovo vivere che benché ancorato al passato diventa attuale e vitale. Quello che mi ha emozionato e che voglio condividere è l’esistenza di persone capaci, realmente capaci, di creare e ricreare il gesto e di costruire un sapere vivo attorno a questo gesto“.