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Il cinico vuoto del nostro tempo in Perfidia, l’opera indipendente di Bonifacio Angius

L’unico film italiano ad essere stato selezionato nel Concorso Internazionale del 67° Festival del Film di Locarno è stato Perfidia, opera di cinema indipendente realizzata da Il Monello Film e diretta dal regista sassarese Bonifacio Angius. Una pellicola che verrà proiettata oggi in anteprima a Roma e Milano e che verrà poi distribuito nei cinema di tutta Italia nel 2015.

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Angelo (Stefano Deffenu) cammina immerso nel grigio inverno di un’anonima città di provincia. Senza amore né lavoro, spende le sue vuote giornate in uno squallido bar di periferia, sognando ad occhi aperti la più banale normalità. Peppino (Mario Olivieri) è un padre che non si è mai interessato al figlio, un vecchio consapevole di non avere più tanto tempo da vivere. Dopo la morte della moglie Peppino si accorge di Angelo, suo figlio, e si rende conto di non sapere neppure chi sia.

Perfidia è la storia di un padre e di un figlio che si avvicinano quando ormai è troppo tardi, è la storia di personaggi abbandonati a loro stessi in una grande solitudine, in un mondo senza pietà e senza speranza, dove non esistono i buoni e dove non ci sono cattivi. Tutti gli interpreti appartengono al luogo in cui è stato girato il film. All’interno del racconto c’è anche una parte di loro stessi, della loro umanità ed esperienza di vita vissuta.

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Tenerezza, rabbia, cinismo, fragilità, violenza a volte inconsapevole, nascosta, velata. Sono queste le parole che mi vengono in mente quando penso a Perfidia, un film nato da diverse suggestioni, alcune molto personali”. Parole di Bonifacio Angius, l’autore di questo film che, dopo tante porte chiuse in faccia, ha trovato la luce e ricevuto ottime critiche nell’ultimo Festival di Locarno.

Perfidia è un film “profondamente legato al tempo in cui viviamo – spiega Angius – un film che nasce da ricordi, da situazioni vissute e immaginate, da me stesso e da persone che ho conosciuto. Persone fragili, invisibili, incapaci di desiderare qualcosa di meglio, ma al tempo stesso capaci di commettere atti incoscienti, così, senza un apparente motivazione razionale o un significato univoco, senza averne una reale consapevolezza. L’unica spiegazione che si può dare alle loro azioni è già lì, nella loro vita, nel loro vuoto culturale, nella mancanza di aspirazioni, di passione, di amore”.

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Al regista interessava “raccontare questo piccolo angolo di mondo, Sassari, una cittadina di provincia come ce ne sono tante in Italia, attraverso il problema della disoccupazione giovanile, il vuoto quotidiano che ne consegue e la visione clientelare come sua (non) risoluzione. La provincia anche come luogo fertile per sogni semplici e forse impossibili, ai quali però i personaggi si aggrappano come fossero la vita reale. Una vita fatta di attese incessanti, di invidia, di un desiderio di “normalità” che appare sempre più lontano”.

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Ma soprattutto al centro della storia c’è il rapporto padre-figlio, raccontato “in una dimensione autentica, mostrarlo in tutta la sua moltitudine di comportamenti ed espressioni, sentirne l’umanità nella sua cruda pienezza. Utilizzando il mezzo cinematografico con lo scopo di raggiungere un’esperienza singolare, un’emozione condivisa, un momento di sincerità che si produce solo in un evento irripetibile. Volevo inoltre raccontare alcuni aspetti della follia umana con uno stile inedito: tenero, glaciale, violento”.

“Non è la follia ‘patologica’ che mi interessava portare sullo schermo, piuttosto la follia come conseguenza ad una quotidianità talmente stagnante da diventare feroce, devastante”

Bonifacio Angius