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Il Diritto di Contare, le donne nascoste che cambiarono l’America

Candidato a tre premi Oscar, incluso quello per il Miglior Film, oggi, nella giornata dedicata alle Donne, esce al cinema Il Diritto di Contare, la pellicola diretta da Theodore Melfi e interpretata da Taraji P. Henson, Octavia Spencer, Janelle Monáe, Kevin Costner, Kirsten Dunst e Jim Parsons.


Figure Nascoste (Hidden Figures, titolo originale del film, tratto dall’omonimo romanzo di  Margot Lee Shetterly) è un gioco di parole che volutamente vuole esprimere un dualismo concettuale. Se da un lato le “figures” rappresentano le donne che hanno combattuto per uscire dall’oblio che veniva loro imposto a causa del sesso e del colore della pelle, dall’altro indicano i numeri matematici che stanno dietro a tutte le loro brillanti scoperte. Il titolo italiano del film, Il Diritto di Contare, gioca a sua volta con il doppio significato di contare, inteso come diritto di valere oltre che di destreggiarsi tra calcoli e cifre senza discriminazioni.

Il film svela l’incredibile storia vera e sconosciuta di un gruppo di brillanti donne che, puntando alle stelle, hanno cambiato in meglio le fondamenta del loro paese. Un team di matematiche afro-americane della NASA che hanno contribuito alla vittoria americana nella corsa allo spazio contro i rivali dell’Unione Sovietica e, al tempo stesso, hanno dato una vigorosa accelerata al riconoscimento della parità di diritti e opportunità.

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Tutti conoscono le missioni Apollo. Molti sanno i nomi dei coraggiosi astronauti che hanno compiuto quei primi passi nello spazio: John Glenn, Alan Shepard e Neil Armstrong. Tuttavia, sorprendentemente, i nomi di Katherine G. Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson non vengono insegnati a scuola né sono noti alla maggior parte delle persone, sebbene la loro energia e audacia, unite al ruolo fondamentale di ingegnosi “computer umani”, siano stati indispensabili alla NASA per realizzare i progressi che hanno reso possibile il volo dell’uomo nello spazio.

Tre donne visionarie, che hanno superato le barriere professionali, razziali e di genere per contribuire in prima persona ai pionieristici viaggi nel cosmo. Theodore Melfi ha raccontato la loro ascesa attraverso un film veloce, brillante e fonte d’ispirazione che, da un lato, fa luce sulla coraggiosa ambizione verso un obiettivo che sembrava apparentemente impossibile, vale a dire il volo orbitale intorno alla Terra, e, dall’altro, mette in evidenza gli straordinari risultati che possono nascere dall’unione fra donne.

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Al di là delle gioie e dei trionfi che celebra, Il Diritto di Contare è ambientato in un’epoca che ha segnato un punto di svolta nelle più accese battaglie della storia americana: il progresso nella lotta per i diritti civili; il predominio nella Guerra Fredda senza arrivare al conflitto nucleare; il successo come prima superpotenza a portare l’uomo al di fuori del pianeta; la dimostrazione che, né la posizione sociale, né il genere incidono sulle straordinarie scoperte tecnologiche che hanno aperto la strada al futuro. La storia del film si sviluppa in un contesto complesso, come spiega Theodore Melfi: “questa storia ha luogo quando entrano in collisione la Guerra Fredda, la corsa allo spazio, le leggi di segregazione Jim Crow negli stati del sud e il nascente movimento per i diritti civili”.

Era quella un’epoca in cui le opportunità potevano apparire ingiustamente limitate: ciò era particolarmente vero se eri una donna, se eri di razza afro-americana e, più che mai, se eri una donna afro-americana. Ma queste donne straordinariamente in gamba della NASA, vere e proprie pioniere, sfidarono senza tante cerimonie le limitazioni e i divieti esistenti, ridefinendo completamente l’idea di ciò che era possibile e di chi era fondamentale per la nazione, dimostrando di essere essenziali per il futuro dell’America.  È a loro che si devono i calcoli matematici che hanno permesso il lancio di John Glenn in orbita intorno alla Terra all’incredibile velocità di oltre 17.000 miglia orarie per compiere tre volte il giro del pianeta.

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Per Katherine G. Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson la possibilità di utilizzare la conoscenza, la passione e le competenze che possedevano prese forma di pari passo con il mutamento del tessuto sociale della nazione a seguito della seconda guerra mondiale. Sul fronte del lavoro in fabbrica, le donne iniziavano ad essere chiamate a vestire i panni di Rosie the Riveter (la celebre icona delle donne lavoratrici durante la guerra). La stessa cosa stava accadendo, ancorché con meno clamore, in campo scientifico e matematico.

Di fronte a una carenza scoraggiante di scienziati e matematici uomini, e con le nuove leggi che proibivano la discriminazione razziale, le imprese operanti nel settore della difesa e le agenzie federali iniziarono a interessarsi alle donne afro-americane per trovare le competenze di cui avevano bisogno per dare nuovo slancio alla ricerca di base. Theodore Melfi spiega: “per la NASA, in quel momento storico, i cervelli erano più importanti della razza o del sesso. Queste erano donne intelligenti e preparate che potevano fare tutti i calcoli matematici di cui la NASA aveva bisogno, che ambivano ad avere una possibilità, che volevano veramente cambiare le loro vite: chi altri avrebbero potuto scegliere al loro posto?”.

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Oggi, nel 2017, si sta iniziando a manifestare una certa curiosità per le donne della NASA, specialmente da quando si sono moltiplicati gli sforzi per ingaggiare un maggior numero di donne nelle discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche. “In passato sono state condotte ricerche storiche e sono stati pubblicati articoli – osserva il consulente della NASA Bill Barryma ciò che è emerso non ha mai infiammato l’immaginazione del pubblico. Fino ad ora. Adesso vi è un interesse crescente per ciò che si può fare per incoraggiare concretamente le donne a seguire la loro passione per la scienza, l’ingegneria e la matematica”.

“Attenetevi al problema. Qualunque esso sia, c’è sempre una soluzione. Una donna può risolverlo e anche un uomo può farlo… se gli concedete più tempo”.

Katherine G. Johnson