Il Pranzo di Babette

Il Pranzo di Babette, ogni artista non è mai povero

Trent’anni fa usciva al cinema Il Pranzo di Babette, il film di Gabriel Axel ispirato all’omonimo racconto di Karen Blixen che vinse l’Oscar nel 1988 nella categoria dei film stranieri. Una storia indelebile e toccante, ambientata nella fine dell’Ottocento in un villaggio danese. Più precisamente nella casa di due anziane sorelle che hanno passato la loro esistenza lontane da idee di matrimonio in totale dedizione alla piccola comunità religiosa ereditata dal compianto padre, un pastore protestante. A fare la governante è proprio la donna parigina (Stéphane Audran), arrivata devastata dalla Francia, dove le hanno appena ucciso marito e figlio in seguito alla grande repressione della Comune di Parigi.

Stéphane Audran

Stéphane Audran è Babette

Le sorelle la accolgono, lei partecipa a tutte le opere di beneficenza. La vita scorre monotona, senza vizi nè brividi, le persone consumano pasti frugali, semplici. Pappette senza gusto, senza sapore. A cambiar tutto sono, un pò come oggi, i soldi. La lotteria (non le slot), ed esattamente 10 mila franchi d’oro. Babette li vince senza fatica, quasi risarcita dal destino per il dolore della perdita dei propri cari. Invece che scappare da quel posto cupo e depresso, decide di spendere tutto per celebrare il centenario della nascita del pastore padrone. E decide di celebrare la ricorrenza con un pranzo, da qui il titolo della pellicola.

La donna si fa mandare ogni ben di Dio per realizzare un menù ricco e prelibato, cucinato con infinito amore. Tutti i dodici invitati tornano ad assaggiare la vita, in lotta tra pentimento e piacere. Fortissima è infatti per tutta la pellicola, la visione distorta del cibo. Visto come peccato, come minaccia, come errore ed affronto ad una vita tranquilla e retta. I commensali rimangono estasiati e inebriati dalle pietanze. Tra di loro c’è anche un generale che ricorda il Café Anglais di Parigi, dove cucinava uno chef donna che avrebbe fatto perdere ogni traccia di sé. Ricorda tale esperienza come una “avventura amorosa“, in cui il banchetto seduce e dà piacere. Ovviamente lo chef era Babette che torna così ad esprimere la sua arte. Il pranzo si conclude con la frase del generale: “oggi rettitudine e felicità si sono sposate“. I piatti e il vino riescono così scalfire la resistenza di quegli abitanti freddi e dormienti. Si risveglia il palato e torna a scaldarsi il cuore. Riaffiorano ricordi, amori silenziosi e censurati, e si torna a ridere. Il banchetto diventa così qualcosa di sublime e liberatorio, una medicina che torna a far scorrere la vita. Un pranzo-regalo, un momento unico, che fa capire bene il valore del cibo.

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I campi coltivati, i contadini, le vecchie cascine. Una candela, un fuoco, la neve che scendeva fuori. Adulti e piccoli insieme, che in fondo avevano quello conta: una famiglia, un tetto, un pasto. Il Pranzo di Babette è un messaggio sempre valido, alla riscoperta dei valori della famiglia, dello stare insieme, del celebrare una data importante. Come spiega Babette nel film, quando le chiedono come mai ha scelto di non tornarsene in Francia dopo aver vinto la lotteria spendendo tutto per il pranzo: “ogni artista non è mai povero”. Sta tutta qui l’arte, non quella che ti fa inseguire fama e frivolezza, ma quella che sfama appetito e spirito.

Giacomo Aricò