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INTERVISTA – Leo Gullotta: “In Italia chi pensa disturba. Dobbiamo riprenderci la parola e il futuro”

Leo Gullotta ha 68 anni, e recita da oltre mezzo secolo, quando cominciò quattordicenne. Lo abbiamo incontrato subito dopo il suo spettacolo Prima del Silenzio (di cui pubblicheremo prossimamente uno Speciale), ma non ha gli occhi stanchi. Attore, prima di tutto, e anche doppiatore di un certo Woody Allen. La passione che vive per il suo mestiere si vede, è contagiosa. E noi ci facciamo travolgere.

Una vita in scena la sua. A livello attoriale come cambia recitare da teatro a cinema?

Non cambia nulla, bisogna conoscere i generi. L’attore è colui che interpreta, lontano da sé. Interpreta altre vite, altri percorsi. Deve essere capace di rendere qualcosa che non è scritto in nessun copione: l’anima del personaggio. Il modo di comunicare invece cambia, la battuta detta su un palcoscenico deve arrivare anche all’ultima fila ed è diversa dalla battuta detta davanti ad una macchina da presa. Davanti ad una telecamera ci si muove in un altro modo e si dice in un altro modo. Bisogna avere una conoscenza tecnica per ogni mezzo di comunicazione.

In scena con "Il Piacere dell'Onestà" di Luigi Pirandello

In scena con “Il Piacere dell’Onestà” di Luigi Pirandello

Parliamo degli addetti ai lavori. Che momento è per il cinema italiano?

Nel cinema italiano c’è stato un bel ricambio generazionale. Sono arrivati nuovi attori ed interpreti bravi e preparati, come Pierfrancesco Favino, Elio Germano, Luca Zingaretti, solo per citarne alcuni. È arrivata anche una nuova genia di registi veri e importanti come Tornatore, Sorrentino, Garrone e almeno altri quattro. Sono arrivati anche gli sceneggiatori nuovi. Quelli che mancano sono i produttori…

Ovvero?

Una volta c’erano i grandi produttori, Cristaldi e Lombardo su tutti. Oggi i produttori non ci sono. Potrebbero occuparsi di vendita di immobili, sono sempre alla ricerca dei soldi. Forse si salva solo qualche produttore indipendente, come Domenico Procacci.

A livello di idee?

Purtroppo c’è chi ha bloccato questo Paese dal punto di vista della produzione… Si fanno solo commediole e basta, alcune riuscite e altre meno. Ma il mercato deve essere pieno, non solo commedie.

Con Alessandro Gassmann sul set de "Il Padre e lo Straniero"

Con Alessandro Gassmann sul set de “Il Padre e lo Straniero”

La rete quanto sta cambiando la società e il cinema?

Il web è un mezzo tecnologico straordinario. Ha rivoluzionato la comunicazione e l’informazione. Si è scoperto un mondo e sono scoppiate rivoluzioni nei Paesi orientali. Il web ha fatto scoprire i diritti e il concetto dei diritti. Ha fatto scendere in piazza le persone. Gli unici che sono rimasti zitti siamo noi italiani che lasciamo correre tutto quanto, da opportunisti.

Lei vinse nel 1990 l’Oscar con Tornatore in Nuovo Cinema Paradiso. Cosa significa vincere quella statuetta?

Sul piano internazionale conta tantissimo, ti apre nuovi mercati. Nuovo Cinema Paradiso ha incassato tantissimo ed è stato amato ovunque in una maniera incredibile. Pensi che in Giappone Totò Cascio (Salvatore Cascio ndr.), allora bambino, fu chiamato per girare una pubblicità. Un film che aprì le porte a Giuseppe Tornatore che per me è un poeta della macchina da presa.

Leo Gullotta nel film Oscar "Nuovo Cinema Paradiso" di Giuseppe Tornatore,

Leo Gullotta nel film Oscar “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore,

Tornando al presente, cosa pensa di film come La Grande Bellezza di Sorrentino o Il Capitale Umano di Virzì?

Sono due film che parlano della stessa cosa, ovvero del disfacimento totale di questa società. Rimane solo la distruzione e il vuoto, è solo il denaro che conta. Sono due straordinarie riflessioni. Citerei anche l’esperimento che ha fatto PIF con quel documentario sulla mafia (La mafia non uccide d’estate, ndr.), ha portato un nuovo linguaggio completamente diversificato, forte e preciso, non ovvio e non retorico. Sono tutti film storici e se ci fosse una classe politica che mira a fare di questo Paese un Paese civile…

A cosa si riferisce?

Pensiamo ai calci che ha ricevuto la scuola e l’Università perché è lì che tutto nasce. Come una decisione presa a tavolino, hanno voluto tagliare perché si pensasse di meno. Questi sono i pensieri devastanti di quest’uomo che ancora oggi ci portiamo dietro…

Cosa serve allora?

Certi film dovrebbero essere studiati, valgono come un’ora di storia. Pensiamo a Le Mani sulla Città di Rosi, o a Il Caso Mattei, o ancora a Lucky Luciano. I ragazzi possono capire molto di più. Sul web invece si perdono, non hanno gli strumenti adatti, vittime della logica dei social.

"Lucky Luciano" di Francesco Rosi (1973)

“Lucky Luciano” di Francesco Rosi (1973)

In questa epoca di smarrimento quanto diventano importanti gli insegnanti e i Professori?

Bisogna ringraziare gli insegnanti che abbiamo, che per 1200 euro al mese cercano di mettere passione nell’insegnamento verso gli studenti. Molti Professori fanno amare la materia. Purtroppo la cosa imbarazzante è che in questi 25 anni, in tutti i luoghi di lavoro, di studio, di creatività e di formazione sono arrivati dei funzionari che non sanno nemmeno di che cosa si stia parlando. Un Paese devastato, bucherellato come un Emmental. I giovani però si stanno accorgendo che gli stanno negando il futuro. La cosa più importante è capire, tornare a capire quello che succede.

Anche nel cinema?

Per i giovani filmaker è importante girare il primo corto. È il loro biglietto da visita, anche per progetti futuri, è quello che fanno vedere al produttore. Io l’ho fatto e non ho mai voluto denari. L’ho fatto per dare un segno di speranza.

Leo-Gullotta

È quindi questa la grande bellezza del mestiere?

Il mestiere si può fare soltanto amandolo, studiandolo, conoscendolo. Questa fretta del giovanotto telefonato che vuole fare il protagonista solo per apparire porta le cose a morire nell’arco di poco tempo. Apparire non è più importante dell’essere. Io posso garantire che girando l’Italia, quando mi invitano nelle Università o nei Licei, trovo tanti ragazzi che vogliono sapere, conoscere, che hanno dei progetti per il proprio futuro. La curiosità è sempre costruttiva.

Lei è prima di tutto la sua voce. Però per un attore cosa significa doppiare la voce di qualcun altro?

Il doppiaggio è divertente, è come una palestra per un attore. Il talento fa la differenza ma conta tantissimo la conoscenza tecnica. Non bisogna tradire mai quello che si vede sullo schermo. Bisogna seguire l’attore in tutte le sue fasi di toni, di appoggiature.

Alla presentazione di "To Rome With Love" come doppiatore di Woody Allen

Alla presentazione di “To Rome With Love” come doppiatore di Woody Allen

Dal 2012 è diventato anche la voce di Woody Allen. Cosa ne pensa di lui?

Di Woody ho visto il suo ultimo film, Blue Jasmine, e mi è piaciuto tantissimo. Ha sempre fatto film bellissimi, intensi, interessanti. Tutti. In To Rome with Love ritengo che il suo episodio era senza dubbio quello più divertente. Non era un grande film, però lui è e rimane un regista con un suo stile unico. In Fading Gigolò, una commedia molto divertente di John Turturro, invece mi sono divertito tantissimo, alcune scene erano esilaranti. Woddy fa la parte di un pappa…

Lo doppia ricordando sempre Oreste Lionello…

Oreste rimane Oreste. Ho avuto il piacere di lavorare con lui ben 22 anni. Lui era uno straordinario interprete, un attore, vero e autentico. Siamo stati molto amici, ci siamo divertiti tantissimo in scena. Poi ad un certo punto se n’è andato. Quando mi hanno chiamato per doppiare Woody sono rimasto sorpreso, non me l’aspettavo. Ho cercato di farlo con onestà, con un pensiero rivolto a Oreste.

Oreste Lionello con Woody Allen

Oreste Lionello con Woody Allen

I suoi prossimi impegni?

Sicuramente teatro con Prima del Silenzio che girerà ancora tutta la prossima stagione. Farò probabilmente una partecipazione straordinaria in un film mentre avrò un ruolo anche in un altro film che trovo molto interessante. Il teatro assorbe molta energia, ma mi sta ripagando. Sono contento perché vedo che il pubblico vuole tornare a riflettere. Vuole riprendersi la parola, perché prima del silenzio, c’è la vita.

CAMERALOOK

Il momento di Cameralook al quale sono affezionato è quello di: Orson Welles ne Il terzo uomo.

Intervista di Giacomo Aricò