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Intervista a Giuseppe Pedersoli: “La Dolce Vita, Giuseppe Amato aveva la stessa visione di Fellini”

Presentato Fuori Concorso alla 77esima Mostra del Cinema di Venezia e uscito nelle sale lo scorso settembre, tre i film più belli visti in questo tremendo 2020 – a salvare e celebrare la bellezza e l’eterna magia della settima arte – c’è senza dubbio La Verità su La Dolce Vita, il docufilm diretto da Giuseppe Pedersoli che racconta la turbolenta genesi del capolavoro più celebre di Federico Fellini. Una pellicola immortale che uscì nel 1960, fortemente voluta da un produttore illuminato e soprattutto coraggioso: Giuseppe Amato.

Intervista a Giuseppe Pedersoli

Per ripercorrere La Verità su La Dolce Vita, abbiamo avuto il grande piacere di parlarne con il regista, Giuseppe Pedersoli.

Giuseppe, lei è nato un anno dopo l’uscita de La Dolce Vita, ha praticamente l’età del film. Prima di scoprire tutto il “dietro le quinte” (le liti tra suo nonno, Rizzoli e Fellini, splendidamente raccontate) del film, cosa ha rappresentato per lei questo capolavoro del cinema? Penso anche a come sua madre le parlava di suo nonno, un Produttore con la P maiuscola molto coraggioso…

C’è un legame familiare di partenza anche se mio nonno è scomparso molto giovane (a 64 anni, ndr) quando io avevo solo 3 anni. Mi ricordo poco di lui, ero solo un infante. Ho sempre sentito parlare di lui come di un personaggio mitico del cinema, un pioniere dell’industria. L’ho conosciuto soprattutto attraverso le fotografie che avevamo in famiglia, che lo ritraevano al fianco delle più grandi stelle del cinema mondiale. Guardandole, si capiva subito che non voleva farsi ritrarre con loro per vezzo: lui era un protagonista proprio come loro. Riguardo a La Dolce Vita, casualmente sono stati ritrovati dei documenti importanti, originali ed inediti, molto interessanti. Con l’avvicinarsi del 60° anniversario dell’uscita del film e con la celebrazione del Centenario della nascita di Federico Fellini ho pensato fosse interessante leggerli, studiarli, e ricostruire la storia cronologicamente. La grande scoperta è stata quella di trovare una cronaca quasi quotidiana raccontata dalla voce diretta dei protagonisti. Lettere, corrispondenze, telegrammi: quello che si evince da questi documenti è che fu una grandissima sfida.

Che sfida fu? Suo nonno ebbe una splendida intuizione…

Fellini aveva una grande personalità, quando si metteva in testa di raggiungere una cosa, esattamente come la voleva lui, non guardava in faccia agli ostacoli. Fellini aveva già vinto due Oscar con La Strada e Le Notti di Cabiria, entrambi prodotti da Dino De Laurentiis che con lui aveva un contratto di esclusiva. Ma La Dolce Vita non convinceva il produttore per nessun motivo. Mio nonno invece si innamorò di quella sceneggiatura sin dalla prima lettura, nell’estate del 1958. Leggendo il copione capì che c’era l’embrione di un grande film, non soltanto nuovo e spettacolare: un film che avrebbe inciso sul cinema in generale sul modo di raccontare le storie. Se si legge la sceneggiatura originale, ci troviamo di fronte ad un racconto molto slegato, che procede in modo non tradizionale, senza un filo conduttore logico. Sono episodi, rappresentazioni di vita, molto romane ma allo stesso tempo molto internazionali e universali e questo spiega come mai questo film è stato amato in tutto il mondo e il suo successo non nasce solo dalle polemiche che sono scoppiate subito dopo la sua uscita, tra i cattolici e i progressisti. C’era chi urlava al capolavoro e chi lo riteneva un film blasfemo e offensivo, da vietare (come dicevano dagli ambienti vicini al Vaticano).

Amato-Fellini-Rizzoli

Rizzoli-Fellini-Amato

Rizzoli-Amato-Fellini. La Dolce Vita è stata davvero un’avventura.

È stata una grandissima avventura, una grande sfida che ha unito tre personalità molto diverse tra loro: Angelo Rizzoli, un uomo che si è fatto dal nulla, Giuseppe Amato, napoletano, e Federico Fellini, uomo del Nord. Amato capì che il film era molto impegnativo dal punto di vista finanziario e quindi molto rischioso. Aveva già prodotto diversi film con Rizzoli, era un suo socio storico. Così Rizzoli – che voleva avvicinarsi al mondo del cinema, delle dive, al glamour che i grandi film potevano generare – si fece convincere da mio nonno ad investire in questo nuovo progetto. Ma durante la lavorazione, che fu molto burrascosa, le riprese durarono molte settimane in più rispetto a quelle preventivate ed il costo di produzione raddoppiò: da 400, un costo già molto alto per le produzioni di quei tempi, a 800 milioni di lire.

Mica poco…

Esatto, ed è per questo che Rizzoli ad un certo punto iniziò a non credere più nel progetto, che diventava sempre più lungo e complesso nel montaggio (di circa 4 ore), poco comprensibile nel suo filo logico narrativo (Rizzoli era abituato a film più tradizionali e di cassetta). Così decise di non distribuire più il film. Quello (in realtà una lettera, nel mio docufilm l’ho resa come una telefonata), fu il momento più duro, dove tutti gli sforzi si vedono vanificati e tutte le aspettative deluse. Fu un momento drammatico che ha iniziato a logorare la salute di mio nonno che di lì a poco ebbe un primo infarto che fortunatamente non lo stroncò. Continuò a combattere, per convincere Fellini a tagliare una parte del montaggio e Rizzoli a continuare a credere nel film. Alla fine, dopo tre rinvii (dal novembre 1959 all’uscita prevista per il Natale 1959), uscì il 5 febbraio 1960, quando ormai tutti parlavano, nel bene e nel male. Tutti erano curiosi, volevano capire che tipo di film Fellini avesse fatto. Fellini era molto geloso, non faceva andare i giornalisti sul set. 

Quando il film uscì ci fu una polemica gigantesca…

Una polemica molto profonda, che forse fu anche la fortuna del film. Perché il pubblico dal giorno dopo accorse numeroso nelle sale di tutta Italia nel timore che il film venisse poi vietato. In due settimane la pellicola recuperò il budget immenso che era stato utilizzato. Poi ci fu la distribuzione nel mondo e il mito de La Dolce Vita iniziò ufficialmente a Maggio 1960 quando vinse la Palma d’Oro a Cannes (dopo anni che l’Italia non vinceva più quel premio). Questo decretò il valore del film non solo dal punto di vista degli incassi ma anche per il aspetto artistico e cinematografico. Fu la scommessa vinta da mio nonno: la sua convinzione che quel film contenesse qualcosa di nuovo, di magico, non è mai vacillata. Nonostante gli screzi e i litigi, Amato e Fellini andavano nella stessa direzione, avevano la stessa visione.

Federico Fellini sul set con Anita Ekberg (Giacomino Foto/Fotogramma)

Federico Fellini sul set con Anita Ekberg (Giacomino Foto/Fotogramma)

Sembra che il genio di Fellini davvero non potesse avere né prezzo né limiti (e, di fatto, anche la visione di suo nonno fu azzeccata: diventò il film italiano più grande di tutti i tempi). Lei che idea si è fatto di questa incessante (e crescente) “lotta” tra la Razionalità (di numeri e scadenze) e Arte (per gli occhi, per il cuore)? Non poteva andare altrimenti?

È stata una costante di Fellini, quella di essere insofferente e per certi versi irrispettoso del rischio del produttore. Fellini creava il suo film giorno per giorno, lo costruiva sul set, e questo non permetteva facilmente di identificare i tempi e i costi di realizzazione. Ogni tentativo di limitarlo, per contenere questa sua fantasia e creatività, si infrangeva contro la sua grande personalità. Come piccolo produttore, anch’io ritengo che sia sbagliato quando un regista dica sempre “sì” al produttore, sembra una dimostrazione di non credere nel progetto. Quando un regista è molto testardo e diretto in quello che vuole ottenere, ci si affaccia a dei rischi. Ma quando si incontra uno come Fellini, così geniale, con un simile blasone e un credito professionale, vale la pena provarci. Non tutti i suoi lavori recuperarono i costi di produzione, alcuni si indebitarono. Ma un regista che ha vinto 4 Oscar, più uno alla Carriera, dimostrando di essere uno dei più grandi cineasti del mondo, anche e grazie soprattutto a La Dolce Vita, un film che è diventato un simbolo di italianità, nel bene e nel male, perché ha rappresentato anche un cambio di linguaggio cinematografico (per la critica fu uno spartiacque nel modo di raccontare i film). E ancora oggi è molto interessante, anche per le nuove generazioni, continuare a studiare il film da un punto di vista contenutistico e stilistico.

Nel docufilm vediamo Giuseppe Amato chiedere la benedizione di Padre Pio prima di iniziare questa avventura…

Non posso che riportare quello che ho letto. Mio nonno era molto cattolico, talvolta anche con eccessi di napoletanità, tra scaramanzia e folklore. Quando capì che poteva mettere le mani sul film, che ancora apparteneva a De Laurentiis, andò da Padre Pio. Voleva una conferma, una benedizione dall’alto per capire se era giusto imbarcarsi in questa impresa. E fu un viaggio molto avventuroso, profondo, rocambolesco, in poche ore da Roma al sud della Puglia, non fu semplicissimo. Convinse Mancori (che lo raccontò soltanto 30 anni dopo) ad accompagnarlo. Quella conferma arrivò da Padre Pio. Non usò, come produttore, questo aneddoto come veicolo promozionale e pubblicitario per il film. Anche se in realtà, in passato, aveva dimostrato di essere scaltro, perché in altre occasioni, con furbizia e sagacia, aveva incuriosito il pubblico riguardo ai film che produceva. Il suo incontro con Padre Pio invece lo tenne segreto, come una cosa molto intima. Questo fatto è molto curioso, soprattutto alla luce delle polemiche che il film suscitò all’interno del mondo cattolico.

Marcello Mastroianni

Marcello Mastroianni

Uno dei motivi della “rottura” tra De Laurentiis e Fellini su La Dolce Vita riguardava l’attore. Il produttore voleva Paul Newman. Lei cosa ne pensa? Come sarebbe stato il film con la stella americana?

Va detto che Paul Newman era un gigante dell’interpretazione cinematografica. Marcello Mastroianni, con grande semplicità e generosità, si mise nelle mani del director en scene Federico Fellini e quest’ultimo gli tirò fuori una grandissima naturalezza e capacità interpretativa. Non come sarebbe stato con Newman, ma il clamore della star americana, forse sarebbe stato il protagonista assoluto. Invece il protagonista del film è proprio La Dolce Vita e la narrazione del regista. Inoltre Fellini voleva gestire l’attore protagonista come voleva lui, una cosa molto più difficile se ci fosse stata una grande star americana. Il film fu prodotto dall’Italia e dalla Francia e la distribuzione americana avvenne in un secondo tempo. Con Newman probabilmente sarebbe stata coinvolta anche una casa di produzione americana con un’ingerenza artistico-creativa che né Fellini né mio nonno avrebbero voluto. Pensiamo ai grandi capolavori del Neorealismo italiano, con protagonisti attori presi dalla strada: era un modo diverso di realizzare i film, con libertà creativa dei registi, con gli attori messi al servizio della grande capacità di quei grandi autori.

La ricorrenza del 60° anniversario del film e del centenario della nascita di Fellini, non può che riportarci – con profonda nostalgia – al grande cinema italiano di quel tempo (sempre in quell’anno, tra gli altri, uscirono L’Avventura di Antonioni e Rocco E I Suoi Fratelli di Visconti). Mettendo a confronto quell’epoca e la nostra (andando al di là del momento nero che stiamo vivendo), a lei cosa manca di più?

Negli anni Cinquanta, Sessanta e negli anni Sessanta gli autori italiani e i produttori, come Giuseppe Amato, Dino De Laurentiis, Franco Cristaldi, Carlo Ponti, Goffredo Lombardo, si sedevano ai tavoli di Hollywood da protagonisti e non da comprimari erano loro a dettare le regole e le condizioni per realizzare i film. Il cinema italiano si contendeva autori straordinari e vincitori di Oscar come appunto Federico Fellini e Vittorio De Sica, o che hanno avuto comunque riconoscimenti internazionali importantissimo come Elio Petri e tanti altri. Oggi invece, oltre alla variante Covid, tutta l’industria cinematografica è cambiata. I produttori ora non sono più liberi di scegliere e realizzare i prodotti che volevano mettere sul grande schermo. Mio nonno diceva una frase che racchiudeva tutta la filosofia di quei tempi: “faccio cambiali a 18 mesi, se in quei 18 mesi riesco a realizzare un film e a metterlo sul mercato e avere il favore del pubblico mi compro una villa nuova, se invece ho sbagliato la villa me la devo vendere”. Significava che avevano la libertà e la dipendenza di decidere e rischiare sui loro prodotti.

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Siamo nel pieno della pandemia. Che futuro avrà il cinema? Resterà intatta la sua capacità di farci sognare?

Oggi il mercato è totalmente cambiato. La possibilità di produrre a proprio rischio al 100% – senza una distribuzione che ti vincola sul cast o sulle scelte artistiche o i contenuti – è sempre meno e questo sta decimando i film indipendenti, soprattutto nel mercato americano. I budget sono sempre più limitati ed è troppo rischioso produrre in modo autonomo un prodotto cinematografico. La pandemia ha stravolto la situazione, modificando la logica commerciale di come usufruire dei film ed è difficile prevedere come si potrà risolvere questa situazione. Anche le grandi produzioni vedranno una possibilità molto più limitata di incassi e di successo. Ci sono grandi catene cinematografiche che hanno chiuso, i festival si leccano le ferite perché andare solamente online è segno di modernità ma la partecipazione, il glamour, lo star system, lo stare insieme non è mai sostituibile con qualcosa di virtuale. Trovarsi insieme in una sala, ancora: quello è il cinema.