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La vita e lo Yoga di Paramahansa Yogananda lungo Il Sentiero Della Felicità

Nel febbraio 2016 usciva al cinema Il Sentiero della Felicità – Awake: the Life of Yogananda, una singolare biografia, diretta da Paola di Florio Lisa Leeman, sullo swami indiano che negli anni ’20 ha fatto conoscere lo yoga e la meditazione al mondo occidentale. Questo film-documentario racconta la vita e gli insegnamenti di Paramahansa Yogananda (nato a Gorakhpur il 5 gennaio 1893, esattamente 125 anni fa) autore del celebre Autobiografia di uno Yogi, un classico della letteratura spirituale che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo e che ancora oggi costituisce un riferimento essenziale per ricercatori spirituali, filosofi e cultori dello yoga.


L’Autobiografia era l’unico libro presente nell’iPad di Steve Jobs, il quale dispose che ne fossero distribuite 800 copie alle personalità che avrebbero partecipato al suo funerale. È stato anche il libro che ha introdotto al misticismo orientale George Harrison, Russell Simmons e innumerevoli yogi. Dando un’impronta personale alla ricerca del cammino iniziatico e condividendo le battaglie interiori affrontate sul sentiero spirituale, Yogananda ha reso accessibili quegli antichi insegnamenti a un pubblico moderno, attirando molti seguaci e aiutando milioni di ricercatori spirituali di oggi a volgere l’attenzione alla propria vita interiore, respingendo le tentazioni materialistiche per giungere alla realizzazione del Sé.

Il film, girato in tre anni, con la partecipazione di 30 paesi, esplora il mondo dello yoga, antico e moderno, orientale e occidentale. Se è vero che il materiale d’archivio sulla vita di Yogananda (morto nel 1952) costituisce l’ossatura della narrazione, il film va però oltre i confini di una tradizionale biografia. Le sequenze includono stralci di interviste, immagini metaforiche e ricostruzioni sceniche, e ci conducono dai luoghi di pellegrinaggio dell’India alla Divinity School dell’Università di Harvard, come pure ai suoi sofisticati laboratori di fisica, dal Centro di Scienza e Spiritualità dell’Università della Pennsylvania al Chopra Center di Carlsbad, in California. Evocando il viaggio dell’anima che cerca di farsi strada tra gli ostacoli dell’ego e dell’illusione del mondo materiale, il film ci fa vivere un’esperienza di immersione nel regno dell’invisibile. E’, in ultima analisi, la storia del genere umano: la lotta universale di ogni creatura per liberarsi dalla sofferenza e per trovare la felicità durevole.

Yogananda e il suo maestro da Awake

Yogananda e il suo maestro da Awake

Vi proponiamo ora di seguito l’intervista rilasciata dalle registe Paola di Florio Lisa Leeman.

Come è nato il vostro film?

Paola & Lisa: Per decenni, la Self Realization Fellowship, l’organizzazione fondata da Yogananda, ha ricevuto diverse proposte da persone interessate a realizzare un film su questo Guru che aveva portato lo Yoga in Occidente, ma, per un motivo o per l’altro, non era mai il momento giusto. Nel 2008, però, si presentò un’opportunità, offerta da alcuni anonimi donatori disposti a finanziare il film. Nel frattempo i discepoli diretti di Yogananda cominciavano a lasciare questo mondo, e quello sembrò il momento giusto per fare un film. La SRF decise di rivolgersi a una equipe di cineasti indipendenti, in modo che la narrazione fosse fatta da una prospettiva esterna e spassionata, dal punto di vista di chi si accosta per la prima volta alla figura di Yogananda e ai suoi insegnamenti. Era espresso desiderio della SRF realizzare un film per l’intera società e non solo per i propri affiliati.

Fecero una vasta ricerca, e noi avemmo la fortuna di essere i prescelti. Naturalmente, subito dopo aver assunto l’incarico, ci guardammo negli occhi e ci rendemmo conto che ci aspettava un compito davvero arduo! Non solo si trattava di narrare un’epopea, ma la sfida che noi cineasti dovevamo affrontare era anche quella di filtrare e condensare quegli antichi insegnamenti in un modo semplice e accessibile a un pubblico di non iniziati. Fortunatamente, non realizzammo del tutto la portata della nostra responsabilità, perché altrimenti l’impresa ci avrebbe spaventato troppo.

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Qual è stata la sfida più grande che avete dovuto affrontare nel realizzare questo film?

Paola & Lisa: Le sfide sono state un bel po’! Non è facile fare un film su un santo. Noi siamo narratrici, e per fare un buon racconto c’è di solito bisogno di conflitti, di lotte e di un protagonista con qualche umana imperfezione. Siamo andate in cerca di scheletri nell’armadio di Yogananda e, pur avendo trovato qua e là qualche insinuazione o accusa sul suo conto, si trattava di cose del tutto prive di fondamento. Scavando più a fondo nella sua vita, abbiamo invece scoperto che affrontò seri ostacoli, e che molte di quelle vicende non erano di dominio pubblico. Nel 1920 Yogananda venne in America – un paese per lui sconosciuto e singolare, in cui si trovò come il classico ‘pesce fuor d’acqua’ – per diffondere degli antichi insegnamenti che presentavano affinità con la fisica einsteiniana dell’epoca.

In effetti, questi insegnamenti sulla meditazione yoga sarebbero stati considerati strumenti essenziali per sopportare e superare i rischi e le sfide dell’era atomica. Pur essendo a diritto ritenuto da molti un ‘genio dello spirito’, Yogananda dovette affrontare anche dure critiche e perfino i pregiudizi razziali del profondo Sud, da parte di quanti si sentirono minacciati da lui e dal suo messaggio. Ne derivarono persecuzioni, tradimenti di studenti e intimi amici, e anche dissesti finanziari. Yogananda fu messo continuamente alla prova da mille difficoltà, ma riuscì a risorgere come un’araba fenice dalle ceneri della sua rovina, non solo per riacquistare determinazione nel perseguire lo scopo della propria vita, ma anche per ispirare con l’esempio il prossimo a fare altrettanto.

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Tuttavia, ci furono momenti in cui desiderò fuggire e condurre una vita da eremita in qualche grotta dell’Himalaya… Una cosa, questa, che anche noi a volte abbiamo desiderato, quando ci siamo trovati di fronte agli ardui compiti di scandagliare centinaia di incartamenti e rotoli di pellicola di materiale d’archivio, di studiare la mole degli insegnamenti spirituali lasciati da Yogananda e di condensarli in qualcosa di facilmente accessibile (anzitutto per noi e poi per gli spettatori). A volte, queste difficoltà ci hanno veramente dato del filo da torcere: c’è voluto non poco per assimilare e interiorizzare quei concetti, e poi capire come comunicarli in un modo che fosse cinematograficamente adeguato. Abbiamo sperimentato l’uso di metafore cinematografiche per rappresentare gli stati di coscienza, perché ritenevamo fondamentale che il film non si limitasse a trasmettere conoscenze, ma facesse vivere agli spettatori un’esperienza interiore: volevamo che fosse un invito a compiere un viaggio interiore verso una consapevolezza più profonda.

Decidemmo di far raccontare a Yogananda stesso la sua storia, usando le sue parole (anziché servirci di un narratore che la esponesse in terza persona), con l’intento di creare un’atmosfera più intima e personale. A questo scopo, oltre a servirci di alcune registrazioni audio di Yogananda, abbiamo avuto la fortuna di riuscire a scritturare un’illustre e brillante stella di Bollywood, Anupam Kher, che ha letto le parole di Yogananda e ha in sostanza ‘recitato la sua parte’. Questo ha contribuito anche a tener vivo quel senso di magico realismo creato da Yogananda nell’Autobiografia di uno Yogi, in cui narrò le intime esperienze di una vita che va ben oltre l’esistenza terrena. Abbiamo anche cercato di creare un ritmo cadenzato, con dei momenti in cui gli spettatori potessero entrare e uscire dalle ‘meditazioni cinematografiche’, per disimpegnarli dall’attività intellettuale e permettere loro di limitarsi ad ‘essere’.

Secondo voi, il pubblico che cosa apprezzerà del vostro film?

Paola & Lisa: Noi speriamo che il film permetterà di collocare Yogananda nel contesto dei suoi tempi, e di comprendere meglio la storia dello Yoga in America e la vera natura di questa disciplina. Ma il nostro desiderio più grande è che il film vada incontro alle persone ‘là dove si trovano’ nel proprio percorso spirituale, e magari getti un seme che contribuisca a condurle più in profondità. Desideriamo ispirare gli spettatori a diventare ‘awake’, cioè a destarsi alla vita spirituale.

Yogananda in New York City nel 1926

Yogananda in New York City nel 1926

Quale tipo di esperienza vi augurate di far vivere agli spettatori?

Paola & Lisa: Yogananda usava spesso la metafora dell’oceano per riferirsi alla coscienza, e questo è un concetto che la gente che trascorre molto tempo in acqua sembra comprendere intuitivamente. Nel film usiamo molte immagini ‘acquatiche’. Yogananda paragonava il sé di ogni individuo a un’onda dell’oceano, che emergendo prende forma, e poi torna a fondersi con quella vastità che ci unisce tutti: l’oceano della coscienza.