(C) Arnaud Borrel

Musica, aggregazione e rinascita ne La Mélodie di Rachid Hami

(C) Arnaud Borrel

Presentato Fuori Concorso alla 74. Mostra del Cinema di Venezia, giovedì 26 aprile esce al cinema La Mélodie, il film diretto da Rachid Hami con Kad Merad, Samir Guesmi, Renély Alfred.


Simon (Kad Merad), un famoso musicista ormai disilluso, viene incaricato dell’insegnamento del violino in una scuola di classi multietniche alle porte di Parigi per favorire l’aggregazione fra studenti. I suoi metodi d’insegnamento rigidi non facilitano il rapporto con alcuni allievi problematici.

Tra loro c’è Arnold (Renély Alfred), un timido studente affascinato dal violino che scopre di avere una forte predisposizione per lo strumento. Grazie al talento di Arnold e all’incoraggiante energia della sua classe, Simon riscopre a poco a poco le gioie della musica. Riuscirà a ritrovare l’energia necessaria per ottenere la fiducia degli allievi e mantenere la promessa di portare la classe a esibirsi al saggio finale alla Filarmonica di Parigi?

(C) Arnaud Borrel

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Vi presentiamo qui sotto un estratto dell’intervista rilasciata dal regista Rachid Hami.

Come è nato il progetto de La Mélodie?

Una notte, il mio co-sceneggiatore, Guy Laurent, mi ha chiamato per dirmi che aveva visto un reportage su dei ragazzi che suonavano musica classica nei quartieri. Guy ha lavorato spesso nel cinema commerciale, ma ha pensato subito a me per realizzare un film su questo soggetto. C’era effettivamente una risonanza tra quello che facevano questi bambini e il mio percorso personale. Ho preso contatti con i responsabili di Démos, un programma d’educazione musicale e orchestrale con una vocazione sociale, supportato dalla Filarmonica di Parigi – ai quali ho portato il mio documentario, dopodiché mi hanno aperto le porte affinché io potessi seguire i gruppi dei ragazzi. Parallelamente, mi sono interessato alle classi orchestrali, dirette dall’Educazione Nazionale. Da Gennevilliers a Parigi passando per Asnières, ho cominciato a sviluppare dei legami con questi ragazzi. Man mano che li osservavo nel loro lavoro con i professori, una storia si è creata nella mia testa, e un ragazzo che suonava il violino che avevo incontrato a Belleville mi ha ispirato il personaggio di Arnold. Non è solo una questione di cinema e di realtà sociale. In La Mélodie c’è il desiderio di tradurre in immagini e parole una devozione alla vita e all’arte di fronte a situazioni difficili (miseria, violenza, abbandono, integrazione) dalle quali ognuno cerca di fuggire, e la voglia di affrontare le disillusioni della vita per meglio esprimere i motivi della speranza.

Quindi l’idea non era quella di unire la realtà ad un programma in particolare?

No, perché queste iniziative, promosse dall’Educazione Nazionale o dalla Filarmonica di Parigi, hanno un fine comune: permettere ai bambini dei quartieri di emanciparsi attraverso la musica classica. E quello che mi interessava qui, non era tanto la finalità del progetto, ma il percorso che questi ragazzi seguono, il loro impegno quotidiano e il modo in cui possono raggiungere i loro obiettivi.

(C) Arnaud Borrel

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Ci sono pochi dialoghi nel film. Le interazioni passano soprattutto attraverso la musica e gli sguardi. Che cosa ha motivato questa scelta?

La sobrietà è stata la parola “chiave” di tutto il progetto. Con un soggetto come questo, avremmo potuto ritrovarci facilmente con dei dialoghi esplicativi, o peggio, cadere nel patetico e banale. Era quindi necessario mantenersi sobri nella messa in scena, nelle interpretazioni, nella musica, tutto! Era necessario essere anche attenti a lasciare lo spazio al sotto testo del film, ai temi della paternità, della cultura, dell’integrazione… Conscio dell’inclinazione naturalista di questo progetto, ho voluto, per equilibrare il film, mantenere un’immagine elegante. Questa mi è sembrata la scelta migliore per trasmettere delle emozioni. A volte, in questo genere di cinema, si evita una rappresentazione troppo bella e illuminata per non inquinare l’occhio dello spettatore, ma qui abbiamo preferito sovvertire le regole e sposare la sobrietà della storia ad un’identità visivamente affermata, a volte contrastata, a volte dolce. La mia idea è stata di realizzare un film che somigliasse ad un racconto urbano, è per questo che abbiamo girato a orari precisi e secondo certe condizioni metereologiche. È per questo motivo, quasi politico, che abbiamo girato a Parigi e non nel 93esimo arrondissement.

Come sono andate le riprese alla Filarmonica di Parigi?

La Filarmonica di Parigi è un luogo magico dove Laurent Bayle e la sua equipe ci hanno accolti molto calorosamente. Ci tengo particolarmente a ringraziarli per la loro disponibilità. Per quanto riguarda le riprese, nonostante il fitto calendario, ci siamo sistemati all’interno della Filarmonica per tre giorni. Sebbene la cronologia della storia non sia stata del tutto rispettata, eravamo ad un punto ben avanzato del progetto e mancavano ormai pochi ritocchi al film. Ma si è trattato di un momento molto importante. E quando ti ritrovi alla Filarmonica con una gru, tre cineprese, quattrocento comparse e un’orchestra di sessantacinque persone, è molto difficile rimanere sobri. Mi sono battuto per non cadere nell’esagerazione e nell’eccessiva drammatizzazione di quel luogo. Perché il concerto sembrasse vero, era necessario concentrarsi esclusivamente sui personaggi e i loro volti e prendersi il tempo di vederli suonare insieme. Sapevo che da una rappresentazione più pulita, sarebbero derivate delle emozioni più autentiche. Il primo giorno, mentre i tecnici preparavano le luci della sala grande, facevamo le prove nei corridoi girando piccole scene. Il giorno dopo ci siamo concentrati sui bambini e poi abbiamo accolto le comparse. Mi ricordo le reazioni dei ragazzi quando le videro arrivare: avevano la paura del palcoscenico e ho potuto scorgere qualcosa di nuovo sui loro volti.

(C) Arnaud Borrel

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Si dice che il montaggio sia una riscrittura del film. È stato così anche per La Mélodie?

Lavorando su una sceneggiatura in stato molto avanzato, il set si è imposto come un nuovo spazio di creazione e il montaggio è diventato uno spazio di elaborazione. Avevamo prestabilito, durante le riprese, quali sarebbero state delle riprese certe, ad eccezioni di alcune sequenze particolari come quella sul tetto o la cena. E così, dopo 170 ore di lavoro, un mese dopo le riprese, avevamo nelle mani una prima versione del film. È qui che è iniziato il vero lavoro di montaggio. Con Joëlle Hache, la mia montatrice, avevamo una sola parola d’ordine: l’aritmia. Volevamo sfuggire dal principio della psicologizzazione dei personaggi, evitare che il superficiale e il convenzionale prendessero il posto delle emozioni. Si trattava di non imporre mai ai personaggi delle sequenze illustrative o sentimentaliste, ma di metterli in costante movimento. Era necessario che il film fosse in costante movimento. È per questo dovevamo essere aritmici e sobri. Il punto era di creare la sorpresa con sequenze di lunghezze diverse, di andare molto veloci su alcuni passaggi per concedersi più tempo su altri, tenendo conto del desiderio di avvicinarsi sempre di più ai personaggi.