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Remi, dal grande classico di Hector Malot il film di Antoine Blossier

Tratto dal romanzo di Hector Malot, giovedì 7 febbraio arriva nelle sale Remi, il film sceneggiato e diretto da Antoine Blossier con Daniel Auteuil, Maleaume Paquin, Virginie Ledoyen, Jonathan Zaccaï, Jacques Perrin e Ludivine Sagnier.


Tratto dal romanzo di Hector Malot, uno dei classici per ragazzi di tutti i tempi, il film racconta le avventure di Remi (Maleaume Paquin) e la sua vita al fianco del musicista girovago Vitali (Daniel Auteuil) e dei suoi inseparabili compagni: il fedele cane Capi e la scimmietta Joli-Couer. Uno straordinario ed emozionante viaggio attraverso la Francia, fatto di incontri e nuove amicizie che porteranno Remi a scoprire le sue vere origini.

Vi presentiamo di seguito un estratto dell’intervista rilasciata da Antoine Blossier.

Cosa ti ha spinto a voler adattare il romanzo di Hector Malot?

Amo esplorare nuovi codici, passare da un genere all’altro. Avevo voglia di lavorare su un film d’avventura, un classico, fortemente legato alla cultura francese, ma ancora moderno.  È stata mia moglie a suggerirmi il libro di Hector Malot. Ne avevo una memoria vaga, ricordavo soprattutto il cartone che aveva affascinato l’infanzia della mia generazione. All’inizio ero esitante ma mia moglie ha insistito “leggilo da una prospettiva Spielbergiana, mi ha detto”. Mi ha ricordato la maestria del mio regista preferito nel raccontare storie drammatiche attraverso gli occhi dell’innocenza e della fanciullezza (il suo tratto distintivo), riuscendo a dare una dimensione magica alle realtà più dure, e un alone epico ai suoi film. Da lì è nato l’interesse, un interesse molto concettuale, che si è evoluto gradualmente verso temi su cui mi sono concentrato: trasmettere la storia, cosa significa realizzarsi, l’andare oltre i propri limiti.

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Il libro di Hector Malot è stato pubblicato nel 1878. Come hai attualizzato la storia?

Attraverso questa sorta di filtro magico di cui parlavo e l’idea dell’ avventura. Ho cercato di dargli l’atmosfera della fiaba, di quelle che volevamo da bambini sotto le coperte, e che adesso raccontiamo ai nostri figli prima di andare a dormire. Ho mantenuto l’identità francese del libro di Malot, ma lavorandola poi su un immaginario simile a quello dei film con cui sono cresciuto, quelli che io e la mia famiglia abbiamo sempre visto: qualsiasi cosa prodotta dalla Amblin (la casa di produzione di Spielberg), film come E.T, I Goonies, ma anche i classici della Disney come Pinocchio, Bambi, Dumbo… Non mi attirava il realismo…

Ti sei preso varie libertà rispetto al libro…

Non avevo scelta. “Senza famiglia” originalmente è stato scritto a episodi con uscite settimanali e l’azione si svolge lungo un tempo di quattro anni. Se anche avessimo voluto girare una saga di 12 ore, non avremmo mai potuto mettere dentro tutti i risvolti e le avventure della storia. Ho dovuto ridurre tutto a un anno, e cercato di adattare la drammaturgia, che è sostanzialmente una cronaca, alla struttura classica in tre atti di una sceneggiatura. Poi mi sono concentrato su quegli aspetti e quei temi che più mi interessavano: la relazione tra Remi e Vitali, un uomo che è capace di vedere il dono di Remi e gli dà la possibilità di andare oltre sé stesso. La più grande libertà narrativa che mi sono concesso è stata quella di dare a Remi una voce splendida, che diventa l’elemento che ridefinisce la sua vita. Quando canta è davvero toccato dalla grazia! Remi non aveva questa dote nel libro di Malot.

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Nel film ci sono chiari riferimenti a molti film americani.

E.T. di Spielberg e Edward Mani di Forbice di Tim Burton hanno formato l’uomo e il regista che sono diventato. Il mio amore per il cinema mi ha poi portato molto oltre quei due registi. Amo Terrence Malick, i classici francesi, i film Disney… Per poter lavorare ho bisogno di far rivivere le emozioni che alcuni film mi hanno dato. Il punto non è emularli ma mettere dentro alla narrazione quelle sensazioni.