Vita segreta di Maria Capasso

Vita Segreta di Maria Capasso – Intervista a Daniele Russo: “Il cinema deve combattere il male del nostro tempo””

Vita segreta di Maria Capasso

Presentato in anteprima al Festival BCT – Benevento Cinema e Televisione, esce oggi al cinema Vita Segreta di Maria Capasso il film diretto da Salvatore Piscicelli che lo ha tradotto sul grande schermo – in collaborazione con Carla Apuzzo – partendo dall’omonimo romanzo che ha scritto lui stesso. Protagonisti della pellicola sono Luisa Ranieri e Daniele Russo.

Il film

Maria (Luisa Ranieri) ha sposato giovanissima un onesto lavoratore, fa l’estetista part time e ha tre figli. La sua è una vita come tante di quelle della periferia popolare di Napoli, che nella fatica quotidiana di arrivare a fine mese ti fa abituare a tutto. Quando al marito viene diagnosticata una malattia in fase terminale, Maria accetta l’aiuto di Gennaro (Daniele Russo), ricco proprietario di un autosalone. Da lui si lascia corteggiare fino a diventarne l’amante. Un giorno lui le propone di diventare partner in affari: trasporterà un carico di cocaina fino in Svizzera. Una volta divenuta vedova, il legame con Gennaro la farà precipitare in un vortice criminale, che le permetterà finalmente di vivere nuove possibilità e coronare vecchi sogni. Ma la strada scelta da Maria per la sua personale rivincita lascerà dietro di sé le sue inevitabili vittime, proprio come in una guerra che non guarda in faccia nessuno.

Coraggio, etica, moralità

Sembra che ci voglia coraggio e sfrontatezza per sopravvivere in questo mondo spietato dove il confine tra il Bene e il Male, il “Giusto” e “Sbagliato” è sempre più flebile e facilmente scavalcabile. Maria Capasso, pur agendo in nome dell’amore per i propri figli, entra a far parte delle oscure trame di Gennaro. Sono entrambi  senza spessore morale, senza etica, senza coscienza civile. Per Maria è solo istinto di sopravvivenza e protezione verso la famiglia. Quanti si comporterebbero come lei? Da qui nasce la riflessione dello spettatore. La condotta della protagonista è stata inquadrata dall’occhio saggio dell’autore, Salvatore Piscicelli, magistrale documentarista capace di raccontare e descrivere la realtà sociale e culturale di Napoli come pochi altri.

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Intervista a Daniele Russo

Per addentrarmi nei temi del film, ho intervistato il co-protagonista Daniele Russo, attore eccezionale, uomo schietto e sincero, nonchè affezionatissimo di Cameralook.it. Per me è sempre un piacere parlare con lui.

Daniele, arriva al cinema Vita Segreta di Maria Capasso. Partirei da un tuo commento sul libro e sulla sua traduzione in film. Quanto è stato rilevante, a tuo avviso, che il regista sia stato lo stesso autore, Salvatore Piscicelli?

Non avevo letto il romanzo, ma ritengo che sia stato importante che a scrivere la sceneggiatura e portarlo sul grande schermo sia stato lo stesso autore, insieme alla sua storica collaboratrice Carla Apuzzo che lo conosce a menadito. Salvatore Piscicelli, sin dai suoi Immacolata e Concetta, l’Altra Gelosia, Le Occasioni di Rosa e Blues Metropolitano ha sempre avuto uno stile molto personale, molto secco e soprattutto molto coraggioso. Solo lui poteva tradurre dalla pagina all’immagine del film. È stato coraggioso perché ha raccontato una storia in controtendenza con ciò che propone il cinema italiano. La storia di Maria Capasso, una donna scomoda, rispetta tutta la sua carriera di grande maestro e di grande cineasta.

Hai paragonato il coraggio della protagonista a quello di Filumena Marturano. Ci puoi spiegare perché? Come descriveresti Maria?

Maria Capasso ha la forza “animalesca” di quelle madri che devono difendere i propri cuccioli-figli, il proprio territorio e vanno oltre il senso della morale, del giusto, del civico. Ovviamente in Filumena questo aspetto non c’è, però in entrambi i personaggi ritrovo lo stesso coraggio e quella giusta dose di rivendicazione del ruolo della donna. In Maria Capasso c’è una grande voglia di arrivare ad un obiettivo il cui raggiungimento non dipende non soltanto dal suo coraggio di madre ma anche da sue scelte private. Ha un grande carattere e, pur essendo una dark lady, agisce sempre in nome dei figli.

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Tu invece interpreti Gennaro. Volto e metafora di un’Italia criminale, che seduce e fotte senza guardare in faccia nessuno. Ci può stare come presentazione? Chi è il tuo personaggio?

Gennaro non è un uomo forte e non è un camorrista. È figlio di questa epoca dominata dalla sete di denaro e di oggetti e della vacuità. Non ha spessore morale e, come anche Maria, si piega a delle scelte che noi persone “normali”, o meglio, “morali”, non faremmo mai. Rappresenta in pieno la continua ingerenza e promiscuità tra Stato e Antistato, tra giusto e sbagliato: in uno Stato che vive tantissimo di Antistato – che si trova dentro/fuori/sotto e intorno a noi – Gennaro ci mostra come possa essere semplice deragliare, passando da un binario all’altro, un meccanismo alla quale tutti potrebbero decidere di sottostare.

Come attore, so che ami le sfide e che ti piace sperimentare personaggi diversi: non ti accontenti mai. Su Gennaro che lavoro hai fatto?

Sono uno a cui piace provare, sperimentare e lavorare su personaggi lontani da me. Come sai mi piace quel lavoro di mimesi: nascondere Daniele dietro a un personaggio è la mia ambizione e rispecchia la mia modalità di intendere il mestiere di attore. In questo caso, finita una tournée teatrale mi sono trovato catapultato sul set di questo film e ho deciso di affidarmi totalmente alle mani sapienti di Salvatore Piscicelli, il padrone assoluto di questa storia. Abbiamo costruito insieme la parabola di Gennaro nella direzione che voleva Salvatore. Il mio personaggio, paradossalmente, è un uomo che, nelle sue scelte sbagliate, è sempre guidato dall’amore. Diventerà un “perdente” proprio perché si innamora.  

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Momento storico delicatissimo quello che viviamo. Secondo te può esistere ancora un cinema civile? O meglio, un cinema civile efficace (che faccia riflettere seriamente e che possa cambiare le cose)?

Sì, senza ombra di dubbio. Un’arte di pura evasione non può più esistere. Il cinema, che è la settima arte, deve proporre storie come questa, che facciano riflettere. Me ne rendo conto anche in teatro: gli spettatori hanno sempre più bisogno di affrontare temi che abbiano un peso e che scatenino reazioni profonde. Di conseguenza sta a noi portare sempre più pubblico verso questa direzione. Il cinema, come il teatro, non può essere come uno stadio, ovvero come un momento che inizia e finisce lì. Ha invece il dovere di smuovere qualcosa, coscienze e riflessioni, su questioni etiche e civili. Il cinema non può essere l’unica denuncia e non può pensare di avere la forza di cambiare le cose. Però può e deve essere il megafono di determinate tematiche e deve puntare la luce sulle criticità del nostro tempo. Per chi fa questo mestiere questo deve essere un dovere morale.

Intervista di Giacomo Aricò