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Destino e libertà nel The Boy And The Beast di Mamoru Hosoda

Solo il 10 e 11 maggio arriva al cinema The Boy and the Beast, il nuovo film – premiato in Giappone come Miglior Film Animato dell’anno – di Mamoru Hosoda, la straordinaria storia di un ragazzo alla ricerca del suo destino e di un’amicizia unica.


Kyuta è un bambino senza genitori. Smarritosi per le vie di Tokio, si ritrova in un universo parallelo dove incontra Kumatetsu, una creatura simile ad un orso che lotta per vivere. Kumatetsu prende Kyuta sotto la sua protezione e gli insegna tutti i segreti dell’arte del combattimento.

Ormai cresciuto, il giovane Kyuta torna a Tokyo mosso dal desiderio di riscoprire le sue origini. Lì scoprirà l’amore e una verità che non credeva più possibile. Ma proprio nel momento in cui sembrava raggiunta la serenità, i nemici del passato si ripresentano minando la sicurezza dell’intera città. Sarà pronto Kyuta per dimostrare a Kumatetsu di essere il più forte?

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Vi presentiamo ora di seguito un estratto dell’intervista rilasciata dal regista Mamoru Hosoda.

Quanti anni le ci sono voluti per scrivere, ideare graficamente e dirigere il suo nuovo film The Boy and the Beast?

Non ho iniziato a pensare a The Boy and the Beast durante la fase di produzione e di uscita di Wolf Children, ma solo dopo, perché preferisco prendermi il tempo per osservare e comprendere la reazione del pubblico di fronte a un film, prima di iniziare il mio progetto successivo. Perciò è stato solo all’inizio del 2013 che ho iniziato a riflettere, per circa un anno, su questo film, assieme al mio team. In seguito, ho impiegato sei mesi per scrivere la sceneggiatura, che ho completato nel febbraio del 2014, e poi, un mese dopo, abbiamo iniziato a preparare gli storyboard. L’animazione del film era divisa in quattro parti. Abbiamo iniziato a lavorare sulla prima a maggio, e alle altre dal giugno 2015, e per un periodo di undici mesi.

Nel film seguiamo le vicende del giovane Kyuta, che impara a vivere senza i genitori, e che deve, ugualmente, scegliere tra il mondo umano e quello degli animali. Come mai questa esplorazione dei legami famigliari alimenta così tanto il suo lavoro come autore e regista?

Quando ho deciso di diventare regista e di dedicarmi all’animazione non avrei mai immaginato che avrei dedicato un film al tema della famiglia, e più precisamente al destino di una madre. Osservare mio figlio è stato ciò che ha influenzato la creazione di questo film. Quando si dedica un film al tema della famiglia, molte persone immaginano che lo si stia facendo per ragioni commerciali. Perché è un tema nel quale tutti s’identificano. Ma non è così che ragiono: quello che m’interessa di più è trarre ispirazione dalla mia vita personale. Vorrei anche aggiungere che sono seriamente preoccupato riguardo a un problema molto serio che affligge il Giappone: L’invecchiamento della sua popolazione, causato dall’attuale basso tasso di nascite. La nostra società sta cambiando perché il numero di bambini che nascono sta diminuendo in maniera consistente. The Boy and the Beast non racconta la storia di una famiglia comune, ma parla del gruppo che si forma attorno a Kyuta, che diventa la sua famiglia surrogata. Credo sia particolarmente importante parlare dell’attuale ruolo sociale della famiglia.

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In The Boy and the Beast troviamo la stessa attrazione verso il mondo animale, la libertà, e il piacere di lasciarsi sopraffare dall’istinto, anche quando questo crea una rottura con il normale percorso di un individuo nella società…

Credo che tendiamo ad analizzare le cose da un punto di vista troppo limitato a riferimenti legati alla vita urbana, dimenticandoci da dove proveniamo. È questa la ragione per la quale, quando parlo di ‘noi uomini’, spesso mi riferisco agli animali, sia come esseri che una volta erano nostri cugini più prossimi, che come membri della società umana. È per questo, che spesso utilizzo gli animali come personaggi.

Più precisamente, gli animali rappresentano la libertà dalle costrizioni sociali?

Nel film, il ragazzino va avanti e indietro tra il mondo degli animali e il mondo umano. Ho creato il Jutengai, l’universo animale, perché volevo che i personaggi non-umani giudicassero il mondo degli esseri umani. Grazie a questo sguardo dall’esterno possiamo evidenziare ancor meglio gli aspetti più strani delle nostre vite, quelli a cui non facciamo attenzione, perché sono così ben radicati nella nostra quotidianità: le nostre costrizioni, i momenti in cui ci sentiamo privati della libertà, le convenzioni sociali … E così, alcuni pensieri che occupano tanto spazio nelle nostre menti appariranno relativamente semplici o pressoché privi d’importanza agli occhi dei personaggi del Jutengai, che hanno punti di vista differenti, e un modo diverso di approcciare le questioni.

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The Boy and the Beast è un racconto d’iniziazione. Ritiene che sia accurato dire che nei suoi film, i racconti d’iniziazione si focalizzano sulla libertà e sulla trasgressione delle regole stabilite?

Sì, è vero, è proprio uno dei temi comuni di tutti i miei film. Vorrei chiarire qualcosa riguardo al titolo del film, perché nella traduzione francese (e inglese) le parole bête/beast sono leggermente diverse dal significato della parola “bakemono”, utilizzata nel titolo originale giapponese. “Bakemono” indica qualcosa di bestiale, ma nel senso negativo del termine, che, ad esempio, evoca un essere mostruoso, molto diverso da un essere umano. Questa immagine del mostro è molto presente nelle nostre menti, ma, paradossalmente, nella vita reale spesso osserviamo che gli esseri umani agiscono in maniera molto più crudele rispetto alle creature immaginarie più terribili. Mentre, nelle leggende, alcuni mostri agiscono in maniera empatica, dimostrando sensibilità, e finiscono per fare del bene. Volevo giocare su questa contraddizione, giustapponendo il mondo reale e il mondo animale del Jutengai, quando Kyuta passa da un universo all’altro. Ovviamente, il racconto comincia quando il nostro giovane eroe si ritrova nel Jutengai, alla ricerca della libertà, trasgredendo le regole del mondo umano.

Ha preso ispirazione da qualche leggenda giapponese in particolare quando ha immaginato il Jutengai?

Sì, da molte leggende giapponesi, ma anche cinesi. In Giappone ci sono moltissime fiabe che parlano degli “yokai” (fantasmi, spiriti, misteriosi esseri soprannaturali) o mostri. Per quanto riguarda le influenze cinesi, invece, c’è la famosa leggenda del Re Scimmia, che mi ha dato l’idea per Hyakushubo e Tatara, gli amici e compagni di viaggio di Kumatetsu. Ma non volevo neanche che l’influenza cinese fosse troppo forte nella storia. È per questo che descrivo festività che celebrano le nostre numerose divinità, prendendo spunto dalla cultura politeistica giapponese; o quando ci riuniamo per assistere ai combattimenti di Sumo tra guerrieri che sono semidei, dotati di grandi poteri. Per me, l’equivalente moderno di quelle festività è rappresentato dal distretto di Shibuya di Tokyo.

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Come mai Kumatetsu, il mentore di Kyuta, è un orso? Questo animale ha forse qualche particolare significato simbolico in Giappone?

Sì, perché in un racconto che tutti i bambini giapponesi conoscono, un ragazzino di nome Kintaro combatte regolarmente con un orso, e così facendo acquisisce grande forza. Lì l’orso è un simbolo dell’iniziazione alla vita, e della crescita di un bambino, che diventa un uomo. Credo anche che sia l’animale indigeno più forte del Giappone. Inoltre, in quei racconti combattere con la spada è simbolo anche di emancipazione e di crescita.

Kumatetsu incita Kyuta a scoprire la forza dentro di lui, che lui ignora. È forse un modo per dire ai giovani spettatori di credere in se stessi e di scegliere da soli il loro cammino nella vita?

Molti film descrivono il rapporto maestro\discepolo, ma in molti casi vediamo i discepoli che si elevano al livello dei loro maestri, spesso sorpassandoli. È una cosa che accade spesso nei film di Jackie Chan, ad esempio. In The Boy and the Beast, anche se la situazione inizialmente obbliga Kyuta a fare ciò che gli dice Kumatetsu, ci rendiamo presto conto che non è solo il maestro che istruisce l’allievo, ma che spesso avviene anche il contrario. L’insegnamento non è una strada a senso unico, e questa cosa si capisce anche dai dialoghi del film. Credo che lo stesso valga nei rapporti tra genitori e figli, dove ci s’insegna a vicenda le cose. E poiché parlo spesso della famiglia nei miei film, sono tutti temi che riaffiorano spesso, perché li considero davvero importanti.

Still from The Boy and The Beast. Courtesy FUNimation Entertainment. (PRNewsFoto/FUNimation Entertainment)

Still from The Boy and The Beast. Courtesy FUNimation Entertainment. (PRNewsFoto/FUNimation Entertainment)

Torniamo al punto che rappresenta il cuore del film: pensa che nella vita reale i mentori debbano anche alimentare la loro esperienza aprendosi all’audacia e alle nuove idee dei giovani?

Sì, senza alcun dubbio; inoltre, questa tendenza viene accentuata dal modo in cui la nostra società si sta evolvendo. Nel Giappone del passato recente, l’influenza dei tempi feudali era ancora molto forte, e la gente pensava che una persona più anziana sapesse sempre come affrontare meglio una situazione o un problema, grazie alla sua esperienza, mentre i giovani erano considerati immaturi e, quindi, incapaci di trovare la soluzione migliore. Oggi le cose sono cambiate, e quel modo di pensare è considerato arcaico. I mentori e i maestri ritengono di poter apprendere cose nuove entrando in contatto con i giovani, e in molte situazioni, i giovani riescono a insegnare qualcosa ai più vecchi. C’è una maggiore apertura mentale ed è opinione comune che non ci si dovrebbe privare del piacere di evolversi nella vita, qualsiasi sia la nostra età.

Come ha escogitato l’idea visivamente molto potente del buco nero creato da un dolore che si è incapaci di superare?

Lungo il cammino di un giovane ci sono sempre dei momenti dolorosi che vengono vissuti con particolare intensità durante le crisi adolescenziali. A quell’età, le ragazze e i ragazzi avvertono un senso di vuoto, di mancanza, e osservano con frustrazione tutto ciò che differenzia le loro vite da quelle degli adulti, che hanno la possibilità di agire in maniera indipendente. Sono anche consapevoli delle loro mancanze e imperfezioni, che creano numerosi complessi. È una fase inevitabile della loro esistenza, qualcosa che tutti hanno conosciuto. Volevo usare una forma per esprimere la sensazione di vuoto che affligge i giovani, e così ho pensato che un buco nero potesse essere una rappresentazione grafica efficace di quella sensazione. Aveva il vantaggio di incanalare la sua forza, senza necessariamente essere classificato come buono o cattivo. Personalmente, mi annoi quando le cose vengono raccontate in maniera semplicistica in un film o in un romanzo, e vengono designate come buone o cattive. La vita non ha un approccio così manicheo. Per questo, descrivo quel buco nero come una disavventura, una fase che i due personaggi del film devono affrontare, e ognuno reagisce a modo suo. È sempre per questo che non volevo specificare la natura di questo fenomeno – così come non si può stabilire, quando si vede un vero buco nero nell’universo, dove sia la linea di confine tra luce e oscurità. Nel film, questo elemento rappresenta un momento clou, una catarsi inevitabile che poi permette ai protagonisti di iniziare una nuova fase della loro vita.

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La rende triste il cinismo dei nostri giorni? Lei che immagina i suoi film come un modo per fare del bene alla gente, crede sia questa una delle missioni dei cineasti di oggi?

Credo di sì, e ci penso molto spesso. Oggi ci sono numerosi social network creati da internet, ma la gente li usa per togliersi dei pesi da dosso, e per esprimere opinioni negativi. Lo trovo molto triste. Come molti creatori e artisti cerco di nuotare contro corrente e di parlare di più delle cose positive, di quello che da speranza e che fa sognare le persone. Credo sia questa una delle missioni e delle caratteristiche del cinema di animazione. I documentari e i film, invece, sono più ideali per criticare gli aspetti negativi e i problemi del mondo in cui viviamo.

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