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CAMERA PSYCHO – Qualcuno Volò Sul Nido del Cuculo, l’amara filastrocca di Miloš Forman

“Cuckoo’s Nest” in americano significa “manicomio” e “cuckoo” sta per “pazzo”. C’è una nota filastrocca che ci riporta a questo nome: “Three geese in a flock, one flew East,one flew West, one flew over the cuckcoo’s nest” (“Uno stormo di tre oche, una volò ad est, una volò ad ovest, una volò sul nido del cuculo“). Il destino, l’imprevedibilità e la casualità della vita porta qualcuno a diventare pazzo o ad essere considerato tale. Nel 1962 esce Qualcuno Volò Sul Nido Del Cuculo un romanzo scritto da Ken Kasey che nel 1975 diventa la versione cinematografica diretta da Miloš Forman che ottiene cinque Oscar per Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore e Attrice Protagonista(Jack Nicholson e Louise Fletcher) e Miglior Sceneggiatura Non Originale (Lawrence Hauben e Bo Goldman).

Jack Nicholson

Jack Nicholson

Il “nido del cuculo” è l’ospedale psichiatrico di Stato di Salem dove nel 1963, arriva un uomo di nome Randle Patrick McMurphy (Jack Nicholson), già in carcere per comportamento antisociale e per aggressioni  plurime, perchè venga stabilito dagli esperti se le sue azioni possono dipendere da una malattia mentale o da simulazione della stessa.

McMurphy si fa subito notare per l’atteggiamento stravagante e anticonformista, elude le dure regole del manicomio, imposte dalla caporeparto Signora Ratched (Louise Fletcher), diventa amico degli altri degenti che, trascinati da lui,si oppongono alla rigida disciplina escono dal torpore e dalla rassegnazione e ritrovano un po’ di vitalità. In particolare si lega a Bromden (Will Sampson), un indiano gigantesco e del tutto inoffensivo, finto sordomuto, da lui chiamato Grande Capo. La sua è una richiesta di libertà, gioia, spazio, che il manicomio non può soddisfare, ma al contrario deve reprimere considerandola “malattia” da curare con metodi coercitivi.

Louise Fletcher

Louise Fletcher

Nel manicomio si esercita la contenzione, fisica, chimica, psicologica. Per annullare la sua aggressività che è anche una grande carica vitale, per renderlo inerte, innocuo, per far sì che non crei più problemi, che non metta più in pericolo l’ordine sociale, verrà sottoposto ad una serie di elettroshock e, nel tragico straziante finale del film, lobotomizzato dopo aver aggredito la caposala responsabile del suicidio di Billy Bibit (Brad Dourif) un ragazzo introverso succube della madre. Allora Grande Capo uccide McMurphy che è ridotto a un vegetale e non ha più coscienza di se, soffocandolo con un cuscino, e fugge dal manicomio come avrebbero voluto fare insieme.

Nel film, e purtroppo spesso anche nella realtà, assistiamo a crimini autorizzati agiti su persone indifese private dei loro diritti civili. I mandanti sono i sani, i normali. I medici che dovrebbero prendersi cura dell’altro e della sua sofferenza, controllano con pratiche violente i comportamenti che si discostano dalla norma cioè da un criterio statistico che esprime l’autodifesa della maggioranza.

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La deviazione dalla norma non necessariamente è patologia, ma può essere anche una libera scelta dell’individuo, un’espressione della sua personalità. Il disadattamento, il comportamento non conforme alle regole sociali, o la ribellione e l’aggressività suscitata dall’oppressione non possono essere equiparati alla malattia e non possono giustificare come atti terapeutici o assistenziali le pratiche più violente e lesive dei diritti individuali.

Anche oggi in Italia dopo la 180, cioè la Legge Basaglia del 1978 che ha sancito la chiusura delle strutture manicomiali e ha cercato, con l’assistenza sul territorio, di dare una risposta alternativa alla segregazione e alla repressione di quegli istituti, permane una certa difficoltà ad accettare la convivenza e la non esclusione di chi ha una diagnosi di malattia mentale. Il pregiudizio sulla  pericolosità sociale di chi ha un disturbo psichico è ancora molto forte ed è su questo stereotipo che sono nati i manicomi, anche se è notorio che la grande maggioranza dei crimini è commessa da persone “sane“. Vale la pena di ricordare che qualsiasi tipo di assistenza, pensiamo ai bambini, agli anziani, ai malati in genere, agli emarginati…diventa violenta quando esclude la persona.

McMurphy e Grande Capo

McMurphy e Grande Capo

Per questo lo stupendo e tragico film di Miloš Forman con l’eccezionale interpretazione di Nicholson, muove ancora le coscienze  e risulta ancora estremamente attuale. Non si può vederlo senza commuoversi, senza pensare al grande uomo che era McMurphy, alla sua intelligenza, fantasia, sensibilità, coraggio, generosità. Indimenticabile.

“Oggi non soffro più però sono un vegetale”.
“Però hanno reso afoni i miei sentimenti”
“Uscire dal manicomio è già di per se un miracolo”
“Bartolini disse”Il manicomio è dolore inutile”
“Un demente morto in manicomio non passerà davvero alla storia”

(Dall’intervista di Guido Spaini 1991 ad Alda Merini, in “Alda Merini – Elettroshock” Ed.Fiabesca)

Claudia Sacchi


Jack Nicholson ritira l’Oscar nel 1976 come Miglior Attore