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Corpo e Anima di Ildikó Enyedi, il gelo e il disgelo dei sentimenti

Alexandra Borbély e Géza Morcsányi sono i protagonisti di Corpo e Anima, la nuova pellicola scritta e diretta dalla regista ungherese Ildikó Enyedi che ha vinto l’Orso d’Oro alla 67. Berlinale. Candidato anche agli ultimi Oscar come Miglior Film Straniero, Corpo e Anima verrà presentato martedì 5 giugno al Movieplanet di San Martino Siccomario (Pv) alle 21.30 all’interno della rassegna Visioni dal Mondo realizzata da Pavianelcinema, in collaborazione con noi di Cameralook.it.


Endre (Géza Morcsányi), direttore amministrativo di un mattatoio industriale, è sospettoso nei confronti di Mária (Alexandra Borbély), nuova responsabile del controllo qualità inviata dalle autorità. Endre pensa che Mária sia eccessivamente formale e troppo concentrata su se stessa. E trova anche che sia troppo severa nel valutare la qualità delle carni. Semplicemente, Mária applica sul lavoro lo stesso ordine che utilizza nella gestione della sua vita.

Nel corso di colloqui di routine, una psicologa scopre che Mária ed Endre condividono lo stesso ricorrente sogno. Introversi, non sanno che cosa significhi e si sentono a disagio. Il giorno successivo verificano un’altra volta: hanno fatto ancora lo stesso identico sogno. Diventa così chiaro che Mária ed Endre si incontrano ogni notte in un territorio comune: una foresta innevata, calma, dove sono due leggiadri cervi che si amano. Esitando, Mária ed Endre accettano quella strana coincidenza. Non possono ignorare l’intimità che li lega così facilmente nei loro sogni. Per due persone in apparenza del tutto estranee all’amore non è semplice ricreare nell’ampia luce del giorno la relazione armoniosa delle loro notti solitarie.

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Ecco le note di regia di Ildikó Enyedi suddivise in tre aree tematiche.

La condizione umana

In tutti i miei progetti, la storia è l’ultima a manifestarsi. Questo film, come i precedenti, è nato dal desiderio di parlare della mia visione della condizione umana e delle nostre scelte di vita. Peraltro, sentivo la necessità di raccontare una storia d’amore passionale e travolgente nel modo meno passionale e spettacolare possibile. Ho letto molta poesia – è il mio rifugio – ed è un poema dell’autrice ungherese Ágnes Nemes Nagy il vero punto di partenza del progetto. Ecco quattro versi di questo poema che mi hanno guidata durante la scrittura della sceneggiatura:

Il cuore, fiamma vacillante,
Il cuore, catturato in spesse nubi di neve,
Eppure, all’interno, dei fiocchi si consumano nel loro volo,
Come le fiamme eterne delle luci dell’alba della città.

Essendo io stessa abbastanza taciturna, conosco tutto ciò che può dissimularsi dietro un volto perfettamente liscio – infinite sofferenze, aspirazioni e passioni – in una parola, l’eroismo del quotidiano. Percorrendo le vie, osservo i passanti e sono cosciente che anche il viso più noioso, più stupido e più disgraziato possa nascondere delle meraviglie. Di conseguenza, volevo evocare quella situazione dove nulla è visibile ad occhio nudo, mentre ci sono tante cose da scoprire all’interno.

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Ingranaggi, situazioni e domande

Ho avuto l’idea del film di colpo: che cosa accadrebbe se un giorno s’incontrasse qualcuno che fa esattamente il tuo stesso sogno? Come si reagirebbe? Si sarebbe al colmo della gioia? Terrorizzati? Lo si troverebbe buffo? O vi si vedrebbe un attacco alla propria vita privata? Sarebbe romantico? Le situazioni che si innestano come degli ingranaggi sono quelle che si addicono meglio al cinema. Situazioni che suscitano domande alle quali si ha davvero voglia di rispondere, che poi sollevano nuove domande: una volta superato lo choc, come si reagirebbe di fronte a una simile rivelazione? Ci si sfogherebbe con quella persona? E se non si appartiene al genere romantico? Se si è piuttosto del genere che trema al solo sentir parlare di stupidità esoteriche? E se non si è capaci a gestire le proprie emozioni?

Come affrontare questo sconosciuto dopo una notte di sogni intimi condivisi? Si cercherebbe di rivivere durante la giornata la stessa vicinanza e le stesse emozioni della notte? E se tutto quanto andasse per il verso sbagliato? E se non si riuscisse a riprendersi da un primo sfortunato appuntamento? E se il secondo appuntamento fosse catastrofico? E il terzo spaventoso? Si abbasserebbero le braccia? E si sopporterebbe di lasciar stare? Si sopporterebbe di sapere che colui o colei che è stato o è stata l’alter ego di notte rimanga un estraneo o un’estranea di giorno? Non se ne morirebbe? Queste domande ci accompagnano fino all’ultimo momento – dove si è ben lontani dall’avere ottenuto tutte le risposte.

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Feriti in un moderno ambiente professionale

L’azienda in cui si svolge il film non è uno di quei mattatoi antiquati e macchiati di sangue. Si tratta di uno spazio moderno, impeccabile e ben organizzato, che rispetta scrupolosamente le regole. È lo specchio della società occidentale. Dopo avere perso il conforto del quadro rituale della religione – per la maggioranza di noi, in ogni caso – non sappiamo assolutamente come affrontare le più importanti tappe della vita: la nascita, l’amore, la morte. Un tempo, i riti sacri ci permettevano di vivere pienamente questi momenti. Perdendo questi punti di stabilità, la società ha cercato di avvicinare queste tappe con pragmatismo. Un tale approccio ti trasforma in oggetto e trasforma i tuoi prossimi in oggetti. I miei due eroi, Endre e Mária, non sono soltanto due esseri introversi – sono feriti. Il loro handicap riflette lo stato della loro salute mentale. Reagiscono a un ambiente (con questo intendo la società nel suo insieme e non il mattatoio) che non è fatto per loro né, d’altronde, per chiunque.