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Egoismo, paura e istinto in caso di Forza Maggiore, il film rivelazione di Ruben Östlund

Osannato nei festival di tutto il mondo, arriva domani al cinema Forza Maggiore, uno dei casi cinematografici dell’anno, già vincitore del Premio della Giuria a Cannes, nella sezione Un Certain Regard, e candidato ai Golden Globe 2015 e agli European Film Awards. Con uno stile di grande originalità il film alterna suspense e ironia e conferma Ruben Östlund, che lo ha scritto e diretto, come uno dei maggiori talenti del cinema europeo.


Una famiglia svedese – Tomas, sua moglie Ebba e i loro due bambini – è in vacanza per una settimana di sci sulle Alpi francesi. Il sole splende, la vista è spettacolare, ma durante un pranzo sulla terrazza dell’albergo una valanga improvvisa sembra sul punto di travolgere i villeggianti. Mentre la gente fugge terrorizzata e il panico paralizza Ebba e i figli, Tomas reagisce in un modo che sconvolgerà il suo matrimonio e lo obbligherà a fare i conti con se stesso e a lottare duramente per riconquistare il suo ruolo di padre e marito.

Come reagiscono gli esseri umani in situazioni improvvise e inaspettate come una catastrofe? È da questa domanda che trae origine Forza Maggiore, un interrogativo che ha affascinato molto il regista. Il film racconta così di una famiglia in vacanza che rischia di essere travolta da una valanga e il padre, Tomas, scappa via in preda al terrore: “quando è tutto finito, deve convivere con la vergogna di essersi abbandonato a un istinto primario, quello della paura” spiega Östlund.

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Una storia che nasce da un aneddoto che il regista non riesce a dimenticare: “qualche anno fa una coppia di amici era in vacanza in Sudamerica, quando sono sbucati dal nulla dei tizi con la pistola e hanno aperto il fuoco: il marito istintivamente è scappato, lasciando sola la moglie. Tornati in Svezia, dopo un bicchiere o due di vino, lei iniziava a raccontare questa storia e continuava a ripeterla… La mia immaginazione ha cominciato a correre, ho fatto ricerche su altre storie vere simili a questa e ho scoperto che in situazioni estreme la gente reagisce in modi del tutto inaspettati e di grande egoismo”.

La tesi del regista è supportata da diversi studi che dimostrano che buona parte delle coppie che sopravvivono alle catastrofi finiscono per divorziare: “secondo i canoni della società in cui viviamo, gli uomini dovrebbero proteggere le loro donne e loro famiglie, senza indietreggiare davanti al pericolo. Invece, in queste situazioni, sembra siano proprio gli uomini a reagire più spesso con la fuga”.

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Partendo da questi spunti,  Östlund è arrivato all’idea di un dramma esistenziale in un villaggio sciistico, proprio perché “le vacanze sulla neve contribuiscono alla sensazione di avere il pieno controllo della propria vita. Le vacanze sono anche il periodo in cui solitamente il padre di famiglia medio “ripaga” la famiglia della propria assenza nei giorni lavorativi”.

In Forza Maggiore vediamo l’uomo civilizzato confrontarsi con la Natura. Non soltanto quella del paesaggio e del clima: “per Natura intendo innanzitutto la parte selvaggia di sé, poiché il suo istinto lo porta a pensare solo a se stesso durante la valanga. Tomas, il protagonista, è costretto a fronteggiare il fatto di essere egli stesso soggetto alle forze della Natura e di non essere riuscito a nascondere la più basilare delle pulsioni, l’istinto di sopravvivenza”.

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Forza Maggiore è in qualche misura l’esatto opposto di un film hollywoodiano. Soprattutto nella rappresentazione della famiglia. Come spiega Östlund, “in una famiglia ciascun membro ha un ruolo da interpretare e si aspetta che gli altri facciano lo stesso. Anche se magari a livello inconscio, la maggior parte delle persone crede che alla madre spetti di accudire i figli nella vita quotidiana mentre il padre debba ergersi a protettore nel caso di una grande minaccia improvvisa. D’altra parte, nelle società occidentali odierne, questo tipo di pericoli fisici imprevisti sono molto rari e tale aspettativa verso gli uomini (anche da parte degli uomini stessi) è spesso disconnessa dalla realtà”.

Ed è proprio in questo che si esce dalle comuni trame: “di solito c’è una famiglia che vive in pace; all’improvviso arriva una minaccia esterna e il padre deve usare la violenza come difesa (non vorrebbe, ma è costretto a farlo). Una volta fatti fuori i cattivi, la famiglia può tornare a vivere in pace. Questo arco narrativo rappresenta un modo ideologico di guardare alla vita e alla società. Io sono invece interessato a una situazione in cui possiamo capire che stiamo facendo la cosa sbagliata. Tomas vive un dilemma, perché è duro ammettere di aver fatto quello che ha fatto, ma è duro anche continuare a mentire”.

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Particolare è il finale del film: “ci accorgiamo che tutte le persone scese dal pullman si vergognano di aver esagerato le proprie emozioni. Ma dopo un po’, percepiscono una connessione fra loro, una specie di solidarietà, camminando insieme per la strada: è un inaspettato momento di condivisione”.

“Noi viviamo delle montagne russe emotive che ci spingono a indossare una maschera fissa per non mostrare quello che siamo davanti agli altri. Quando sappiamo essere solidali tra noi, le nostre maschere sembrano cadere. Questo vuol dire essere umani”

Ruben Östlund