Photo by Gordon Timpen

Fatih Akin ci spaventa con Il Mostro di St. Pauli

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Presentato in Concorso al 69 Festival del Cinema di Berlino e basato sul romanzo Der goldene Handschuh di Heinz Strunk, giovedì 29 agosto arriva in sala Il Mostro di St. Pauli, il film horror di Fatih Akin che narra la storia di Fritz Honka, l’uomo che uccise numerose donne, e del suo bar preferito, il “Golden Glove”, dove sdolcinate canzoni tedesche facevano piangere i bevitori incalliti e l’alcol sembrava essere la risposta al dolore e alla nostalgia.

Il film

Amburgo – St. Pauli, anni ’70: a prima vista, Fritz “Fiete” Honka (Jonas Dassler) è un povero disgraziato. Un uomo dal volto devastato che passa le notti a bere al “Golden Glove”, la bettola del quartiere, dando la caccia alle donne sole. Nessuno dei clienti abituali del locale si immagina che quel Fiete, apparentemente innocuo, sia in realtà un mostro.

Fatih Akin

Ecco un estratto dell’intervista rilasciata dal regista Fatih Akin.

Fritz Honda commise il primo omicidio prima che lei nascesse ma visse e camminò per le strade della sua città. È questo uno dei motivi che l’hanno spinta a fare il film?

È ciò che ha reso il film più personale. Per me Honka non è soltanto un serial killer come Hannibal Lecter de “Il silenzio degli innocenti”. Quest’ultimo è un personaggio puramente immaginario che commette omicidi negli Stati Uniti, mentre Honka è realmente esistito nel mio quartiere e vi ha pure lasciato il segno.  Quando facevo le elementari, mi dicevano sempre: “Sta attento che non ti acchiappi l’incantatore di bambini o Honka”. Era l’orco della mia infanzia. Cerco sempre di avere un rapporto personale con il materiale che scelgo. Più ci riesco, più verosimile sarà il film.

Photo by Boris Laewen

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Lei ci descrive un periodo, gli anni ’70, ed un ambiente che molti spettatori non conoscono affatto. Non è facile per un film horror sviluppare tali aspetti sociali.

Ma il film non è un dramma sociale. Per me, il concetto ha un’ombra di pregiudizio e di intento didattico. Secondo me un film è qualcosa di più filosofico. Il mio approccio è piuttosto del tipo “il futuro è adesso” secondo le parole del filosofo indiano Jiddu Krishnamurti. Ciò che siamo oggi darà forma al nostro avvenire. Ma siamo anche il risultato del nostro passato. Quindi per me passato, presente e futuro non sono che la stessa cosa. Questo mio film è il ritratto di un malato di mente i cui crimini non trovano spiegazioni nelle circostanze sociali. Certamente ci si può domandare se le donne uccise non avessero parenti – cioè: perché nessuno ha mai chiesto di loro? Ma non darei la colpa all’epoca in cui si svolge la storia. Cose del genere avvengono anche oggi. La gente muore negli alloggi popolari e vi rimane a putrefarsi per settimane. È solo a causa della puzza che ci si accorge che qualcuno è morto. Quell’odore di decomposizione è presente anche nel film. Ovviamente si cerca di essere corretti dal punto di vista storico in un film come questo. Ma non volevo che il passato sembrasse solo vecchio e polveroso. Chi lo fa non si è accorto dei recenti sviluppi nel cinema. Il mio film è ambientato nel passato ma potrebbe benissimo svolgersi anche oggi.

Come si può descrivere Honka, che è stato in fin dei conti uno psicopatico, un alcolista, un assassino in modo tale da non causarne il rifiuto da parte degli spettatori?

Mi sono ispirato molto a Heinz Strunk. Il suo romanzo è stato ovviamente uno dei motivi per cui ho fatto il film. A mio avviso è una grande opera letteraria che è riuscita a suscitare in me una sorta di empatia per quel serial killer. Forse nel libro questo sentimento affonda le radici nella pietà. Il film non dice da dove venga Honka o come fosse stato umiliato e violentato da bambino. Non volevo cercare una spiegazione per le sue atrocità ma ho cercato di cogliere quelle tracce di umanità che anche il romanzo riconosce a Honka. L’altra risposta alla sua domanda è: grazie alla splendida interpretazione di Jonas Dassler.

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La gente va al cinema perché ha voglia di ridere, di piangere o di provare paura.

Si parla molto attualmente della crisi del cinema a causa dello streaming. Ma c’è un genere che resiste tenacemente: l’horror. Sono sempre stato un avido spettatore di film dell’orrore perché mi piace sentirmi i brividi addosso. Stephen King dichiarò che l’orrore è un modo per affrontare la morte e l’effimero. Se ne parlassimo in continuazione, diventeremmo pazzi. Forse per questo esiste questa forma di catarsi. Un film dell’orrore offre al pubblico la possibilità di affrontare le proprie paure. La paura è un sentimento molto potente – quando la provi, il tuo corpo ne risente.  Ma se la provi al cinema, dove non è pericolosa ma realmente effimera, essa può addirittura rilasciare degli ormoni di benessere. Provi paura ma ovviamente la superi, anche.