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La stupidità della Guerra in Torneranno i Prati, il gelido film di Ermanno Olmi con Claudio Santamaria

Torneranno i Prati, dopo le anteprime degli scorsi giorni alla presenza del Presidente Giorgio Napolitano (proiettato in cento paesi, dal contingente di pace in Afghanistan a Harere, capitale dello Zimbawe), arriverà da stasera al cinema. L’ultimo film di Ermanno Olmi che ha ripercorso l’orrore della Prima Guerra Mondiale raccontando una lunga notte sull’altipiano di Asiago, dove il regista bergamasco (ora ricoverato a Milano per una sospetta polmonite) ha deciso di vivere. Tra gli attori del cast, grandi interpretazioni di Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti e Francesco Formichetti.

Siamo sul fronte del Nord-Est, dopo gli ultimi sanguinosi scontri del 1917 sugli Altipiani. In un avamposto delle linee italiane confinante con quelle austriache, un gruppo di soldati è guidato da un capitano (Francesco Formichetti) fortemente provato dalla febbre e dalla sua coscienza, costretto a eseguire, per il ruolo che ricopre, a impartire agli altri ordini che lui stesso definisce ‘criminali’. All’avamposto arrivano poi un maggiore (Claudio Santamaria) e un tenentino (Alessandro Sperduti) con gli ordini che, impietosi, vengono dal basso e che non si curano delle condizioni, terribili, in cui si trovano i soldati, immersi nel in un gelo non solo climatico ma anche d’animo.

Claudio Santamaria

Claudio Santamaria

In Torneranno i Prati gli accadimenti si susseguono sempre imprevedibili: a volte sono lunghe attese dove la paura ti fa contare, attimo dopo attimo, fino al momento che toccherà anche a te. Tanto che la pace della montagna diventa un luogo dove si muore. Tutto ciò che si narra in questo film è realmente accaduto. Ermanno Olmi ha scelto di girare le sequenze del suo film in trincea a 1.100 metri (in Valgiardini) e 1.800 metri (in Val Formica) “per avere le vere facce da freddo” e per ricostruire il senso di isolamento vissuto dai soldati della Prima Grande Guerra.

Quando il film è stato proiettato lo scorso 4 novembre a Roma(con la ricorrenza dell’Armistizio di Villa Giusti firmato il 3 novembre del 1918), in un videomessaggio Olmi ha così parlato: “Quando Mio padre aveva 19 anni quando venne chiamato alle armi. A quell’età l’esaltazione dell’eroicità infiamma menti e cuori soprattutto dei più giovani. Scelse l’Arma dei bersaglieri, battaglioni d’assalto e si trovò dentro la carneficina del Carso e del Piave, che segnò la sua giovinezza e il resto della sua vita. Ero bambino quando lui raccontava a me e a mio fratello più grande del dolore della guerra, di quegli istanti terribili in attesa dell’ordine di andare all’assalto e sai che la morte è lì, che ti attende sul bordo della trincea. Ricordava i suoi compagni e più d’una volta l’ho visto piangere”.

Alessandro Sperduti

Alessandro Sperduti

Una pellicola che esce in occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale ma che non vuole essere una celebrazione di questo grande conflitto: “bisogna sciogliere ancora il nodo dell’ipocrisia e della vigliaccheria. Mi auguro che in queste celebrazioni si trovi il modo di chiedere scusa ai tanti soldati che abbiamo mandato a morire senza spiegare loro perché. Della prima Guerra Mondiale non è rimasto più nessuno di coloro che l’hanno vissuta e nessun altro potrà testimoniare con la propria voce tutto il dolore di quella carneficina. Rimangono gli scritti: quelli dei letterati e quelli dei più umili dove la verità non ha contorni di retorica”.

Riproponiamo di seguito l’intervista realizzata lo scorso marzo ad Ermanno Olmi da Maria Pia Fusco di Repubblica.

Da dove ha cominciato nella scrittura del film?

Dalle letture fatte sul 1914, quando in Italia sono successe cose vergognose sulla scelta di come entrare in guerra, da che parte stare. Sia pure dopo il patto di non belligeranza con l’Austria, si decise di legarsi alle nazioni che dominavano il mercato. Durante le celebrazioni si fa retorica, si sventolano bandiere, è giusto ma non è il solo modo di ricordare. Per cercare la verità non bastano i saggi degli storici o i romanzi, da Rigoni Stern a Lussu, lì c’è la mediazione della letteratura.

Ermanno Olmi durante le riprese

Ermanno Olmi sul set del film

Quali sono allora le sue fonti?

Ho pensato a mio padre, andò in guerra a 19 anni, quando noi bambini facevamo capricci ce ne parlava per insegnarci il valore delle rinunce. Mi sono ispirato alle testimonianze anonime di chi la guerra l’ha vissuta, come i racconti di Toni Lunarda, detto Toni il matto, era stato giovane soldato e, essendo un pastore, conosceva i luoghi e faceva da guida agli ufficiali.

Un’ora e mezzo, tutto in una notte di plenilunio. Che succede in quella notte?

All’inizio non era solo una notte ma il clima si è messo contro, le neve più volte ha seppellitola trincea, poi la nebbia e la pioggia e allora, invece di combatterli, ho pensato di assecondarli con il buio della notte. Posso dire che è una notte d’autunno del 1917, alla vigilia della disfatta di Caporetto. Arriva l’ordine di appropriarsi del punto d’osservazione più vicino alle linee nemiche. Che in realtà ricevono lo stesso ordine. Ma non è vero che tutti gli ordini vanno eseguiti, ce ne sono di orribili a cui ci si deve ribellare. Un ufficiale e un soldatino non rispettano l’ordine. Anche se la disobbedienza significa la morte.

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Nei libri sulla Grande Guerra colpisce la vicinanza tra le trincee nemiche.

Da queste parti i nemici spesso parlavano la stessa lingua, portavano divise diverse ma erano sempre loro: i poveri. E i poveri si riconoscono, comunicavano da una trincea all’altra, si scambiavano l’acqua. A loro non è neanche consentito chiedersi il perché della guerra, vengono dai latifondi, valgono meno di una capra, sono vissuti nell’obbedienza.

Nel cast accanto ai nomi degli attori non c’è il nome del personaggio. Claudio Santamaria è un ufficiale, Alessandro Sperduti è il Tenentino, poi c’è il soldato canterino…

È stata l’ultima guerra con tracce di umanità. La seconda guerra mondiale, tra razzismo e ideologie, è diventata disumana, oggi gli eserciti assoldano mercenari, è scomparsa la parola patria, il nemico non è configurabile. I miei personaggi non hanno nome perché sono simboli di tutta l’umanità.

Torneranno i Prati

Il suo stato d’animo oggi?

Il momento è pericoloso, sono arrabbiato con quanti tradiscono la democrazia ma i peggiori sono quelli che non vanno a votare, non esercitano un diritto dovere conquistato con tanti sacrifici umani. È come se vivessimo in una sonnolenza in cui deleghiamo le nostre scelte a qualcuno, peggio ancora se questo qualcuno si proclama mandato da Dio. Dio neanche c’è, figuriamoci. Non voglio essere pessimista, penso che se ciascuno di noi si comportasse con onestà e non si limitasse solo a parlarne, già significherebbe scuotersi e reagire alla crisi, che non è tanto economica quanto morale. Non è ancora troppo tardi, a furia di accumulare stupidità su stupidità ci renderemo conto della realtà. E ce la faremo, torneranno i prati.

“La guerra è una brutta bestia che gira il mondo e non si ferma mai”

Toni Lunardi