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Lætitia Dosch è la memorabile Paula di Montparnasse Femminile Singolare

Vincitore della Caméra d’Or come migliore opera prima al 70. Festival di Cannes, arriva in Italia dal 24 maggio, distribuito da Parthénos, Montparnasse Femminile Singolare, il brillante esordio alla regia di Léonor Serraille diventato subito uno dei casi dell’ultima stagione cinematografica francese.


Cosa vuol dire diventare una giovane donna? Ce lo racconta Paula (interpretata da Lætitia Dosch), 31 anni, perdendosi tra le strade di Parigi, al suo rientro da un lungo soggiorno in Messico. Il guaio è che il suo ex, il celebre fotografo Joachim con cui ha condiviso dieci anni di vita, non vuole più vederla e lei si ritrova, senza un soldo e senza casa. Accompagnata da un gatto, Paula, tra mille incontri, lavori precari e guai a non finire, armata solo della sua debordante emotività, si reinventa una nuova vita. A modo suo.

Montparnasse Femminile Singolare è un film luminoso e originale, che rappresenta un elogio dell’instabilità e che dipinge con delicato realismo un ritratto femminile tragicomico, dinamico e solare. Vi proponiamo qui sotto un estratto dell’intervista rilasciata da Léonor Serraille a Charlotte Garson nell’aprile 2017.

Da dove nasce Montparnasse Femminile Singolare?

Il film nasce dal desiderio di disegnare il ritratto di una donna singolare che deve fare i conti con la solitudine che la circonda in una grande città, nello spazio di un inverno. Ho voluto affrontare il tema dell’amore come una sete da placare, un pozzo da riempire, un tutto o un niente, e tra questo tutto e questo niente aleggiano allo stesso livello la speranza e la propensione verso il precipizio, la caduta, l’implosione. La costruzione del film è un tutt’uno con la costruzione interiore del personaggio. Come le tuniche di una cipolla, gli «strati» di Paula si staccano man mano che incontra una serie di donne e di uomini. E lì si esprimono le sue ventate di vita, i suoi molteplici modi di comunicare, adattarsi e rimettersi in piedi… Paula ha la straordinaria energia di una bambina e l’ingenuità di una turista e cerca come un animaletto di sentirsi bene. Sfoggia una serie di talenti che spesso a noi mancano: slancio, umorismo, ribellione, libertà. È questa tonicità che volevo a tutti i costi filmare.

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Il film si apre più con versi e mugugni e un colpo fisico che con un vero e proprio dialogo…

Il primo impatto del pubblico nei confronti di Paula è respingente perché ho voluto sfidare me stessa nella scrittura sviluppando un sentimento di attaccamento a partire da questa aggressività iniziale. Ho pensato all’evoluzione del personaggio come a una traiettoria del passaggio da un animale a una persona: Paula parte da una mancanza di controllo quasi bestiale, da una logorrea, per arrivare ad avere una consapevolezza di se stessa, una solidità. Durante il montaggio abbiamo trovato un parallelo tra la prima inquadratura di spalle, cupa, mentre impreca piena di livore e l’ultimissima inquadratura. Ma quello che conta è la porosità di Paula, il modo in cui si impregna delle persone che incontra. Cambia come un camaleonte, anche arrivando a sperimentare identità diverse, come quando, in metropolitana, Yuki crede di riconoscere in lei un’amica d’infanzia o quando si spaccia per una studentessa di belle arti per farsi assumere come baby-sitter. Persino in quei panni che non sono i suoi, scava nella vita e va avanti. Volevo che lo spettatore potesse avere un ruolo attivo in questa trasformazione: le ellissi sono state fondamentali in tutte le tappe della costruzione del film. Il personaggio sorprende, trova dei percorsi inattesi e a volte i suoi comportamenti più esuberanti sono quelli che funzionano meglio ed è una cosa che ho constatato io stessa mostrandomi sopra le righe durante dei colloqui di lavoro!

La pellicola mostra tanti incontri…

Grazie a Paula, ogni incontro ha un che di magico. Possiamo percepirli come una serie di perle, diverse tra loro, che si infilano in un giro formando una collana piena di contrasti. Questi incontri costellano la ballata iniziatica della giovane donna, atmosfere a volte più sospese e oniriche, altre al contrario più esplosive e pervase di fantasia e di umorismo.

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Aveva in mente Lætitia Dosch mentre scriveva la sceneggiatura di Montparnasse femminile singolare?

No, non pensavo ad alcuna attrice in particolare. Vedendola nel film La Bataille de Solferino di Justine Triet (2013) e in alcune registrazioni dei suoi spettacoli su Internet, mi è venuta voglia di incontrarla. Tra l’altro, c’erano delle risonanze evidenti tra lei e Paula. Ma è stato quell’incontro, nella vita reale, con la sua personalità che mi ha convinta a modificare la scrittura del personaggio. Già solo «googlandola» ero rimasta colpita dal contrasto tra alcune sue fotografie ultra-glamour e altre che non lo erano affatto e mi aveva fatto pensare al volto così mutevole di Anna Thomson in Sue di Amos Kollek (1997). Ero proprio alla ricerca di un’attrice che fosse in grado di incarnare tutte le sfumature del personaggio, ma che al tempo stesso potesse contraddire quello che era scritto. Lætitia ha una natura indefinita, è al tempo stesso schietta, allegra e vitale, ma ho anche colto in lei una tristezza che corrisponde al lato spezzato di Paula, alla sua sofferenza interiore. La sua eccentricità è un dato di fatto, ma poteva emergere anche l’altro estremo, bisognava lavorare questa materia più oscura. Mi ricorda Patrick Dewaere e Gena Rowlands, possiede la stessa capacità di lasciarsi trasportare da uno stato all’altro, da una energia bruta a una dolcezza malinconica, e questo mi commuove. Lætitia è come uno strumento musicale dalle mille corde. Può essere una femme fatale o al contrario, glaciale, adolescente, infantile. Ha delle «temperature» spiazzanti. Nel suo spettacolo, un one-woman show intitolato “Un Album”, interpreta uno dopo l’altro ottanta personaggi diversi. E in Paula, c’è un lato «performer» in senso realmente artistico, forse perché quando non hai più niente da perdere, la minima azione richiede un superamento dei tuoi limiti, una prestazione da record.

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Quando Paula abita nell’albergo, guarda alla televisione Lo Specchio Della Vita di Douglas Sirk (1959). È un film che l’ha ispirata?

C’è un momento molto intenso nel film, tra una madre e sua figlia. L’altra madre, la bionda, avrà anche tanti soldi, uomini e la gloria professionale, ma trascura completamente il rapporto con sua figlia e se ne rende conto al funerale della madre nera che è compianta da decine di amici. Mentre scrivevo la storia di Paula, volevo che incombesse in ogni istante il rischio dell’errore fatale, della sorte che gira storta, della scelta della strada sbagliata e in fondo di vivere una vita che non avrebbe dovuto vivere, una “imitazione della vita”, come recita il titolo originale del film di Sirk. Come la madre nera nel film, alla fine Paula si rende conto di non avere molto, ma che quel poco che ha è autentico, anche se non è né glorioso, né comodo. Per me c’è una manciata di film che ha avuto un’influenza diretta su Montparnasse femminile singolare, oltre a Sue, che aveva anche colpito la mia direttrice della fotografia. Sono altri ritratti potenti, come Naked di Mike Leigh (1992), con David Thewlis, attore magnifico di cui avrei voluto trovare un equivalente femminile, Wanda di Barbara Loden (1970), Una Moglie di John Cassavetes (1975) oppure Claire Dolan di Lodge Kerrigan (1998) – personaggi di donne sole, ma piene di dignità, che hanno rappresentato dei punti di riferimento, anche nella recitazione. Ma le mie fonti di ispirazione sono state anche letterarie: ho ammirato Anaïs Nin, Fitzgerald, Woolf, o Zola e la sua giovane commessa in Al paradiso delle signore, oltre a molti graphic novel come Whiskey & New York di Julia Wertz, che ha un tono disperato e divertente che ho fatto leggere a Lætitia.

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Montparnasse Femminile Singolare avrebbe potuto intitolarsi Montparnasse Femminile Plurale: nella troupe ci sono donne in tutti i dipartimenti, direttrice della fotografia, ingegnere del suono, montatrice immagini, montatrice suono, scenografa, compositrice, produttrice…

Non è stata una scelta deliberata quella di mettere in piedi un «cast tecnico» al femminile, ma in fin dei conti ne vado molto fiera. È importante che le donne conquistino in massa dei ruoli chiave. Questa particolarità è stata un grande valore aggiunto sul set. Per molte di noi è stato il primo lungometraggio ed eravamo piene di entusiasmo e profondamente coinvolte in un progetto che era quasi troppo impegnativo per noi. Abbiamo lavorato con una grande libertà, anche nella fase della mise en scène: sono partita optando soprattutto per i piani sequenza (che per me rappresentano un prolungamento naturale della scrittura), ma poi con la montatrice a volte abbiamo scelto una forma del tutto diversa, con più stacchi (come nella scena del colloquio di lavoro). Ho cercato di fare in modo che in ogni momento tutte si sentissero libere di fare proposte e di sperimentare. Il ritmo delle riprese è stato molto intesto e ci ha costantemente imposto di trovare delle soluzioni e delle alternative. È stato un modo di lavorare spumeggiante, ma anche liberatorio. Il set rifletteva il personaggio: era pieno di vita.