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L’Insulto, la riflessione illuminante di Ziad Doueiri

Candidato per il Libano agli Oscar 2018 come Miglior Film Straniero, mercoledì 6 dicembre esce al cinema L’Insulto, il film scritto e diretto da Ziad Doueiri con protagonisti Adel Karam e Kamel El Basha (premiato alla 74. Mostra del Cinema di Venezia con la Coppa Volpi per la Miglior Interpretazione Maschile).


Un litigio nato da un banale incidente porta in tribunale Toni (Adel Karam) e Yasser (Kamel El Basha). La semplice questione privata tra i due si trasforma in un conflitto di proporzioni incredibili, diventando poco a poco un caso nazionale, un regolamento di conti tra culture e religioni diverse con colpi di scena inaspettati. Toni, infatti, è un libanese cristiano e Yasser un palestinese. Al processo, oltre agli avvocati e ai familiari, si schierano due fazioni opposte di un paese che riscopre in quell’occasione ferite mai curate e rivelazioni scioccanti, facendo riaffiorare così un passato che è sempre presente.

Riportiamo ora integralmente l’intervista rilasciata da Ziad Doueiri.

Possiamo supporre che la premessa per L’Insulto scaturisca da un’osservazione sulla società libanese?

No, in maniera molto più prosaica, la premessa per il film era qualcosa che in effetti è accaduta a me molti anni fa a Beirut. Ebbi una discussione con un idraulico, una cosa molto banale, ma i temperamenti sono andati scaldandosi velocemente, e praticamente dissi le stesse parole che sono nel film. L’incidente avrebbe potuto anche essere irrilevante, ma non i sentimenti subcoscienti. Quando ti escono parole simili, è perché sono stati toccati sentimenti ed emozioni molto personali. Joëlle Touma, mia co-sceneggiatrice nel film, quel giorno era presente. Mi convinse ad andare da lui per chiedere scusa. Finii per andare dal suo capo a presentare le mie scuse. Quando il suo capo usò questa, e altre ragioni, per licenziare quell’uomo, presi immediatamente le sue difese. Successivamente mi resi conto che questo era del buon materiale per una sceneggiatura.

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Questo è abbastanza concreto…

Avevo in mano tutte le dinamiche per dare vita ad una storia costruita su un evento che va fuori controllo. Inizio sempre i miei film con una tensione, un incidente. Cerco di vedere la serie di fatti che ne derivano. Inizio con i miei personaggi, descrivo chi sono all’inizio e chi diventano alla fine del film. In questo caso non avevo uno, bensì due personaggi principali: Toni e Yasser. Tutti e due hanno delle colpe, i loro passati sono pervasi da una serie di ostacoli interni. Come se non bastasse, si trovano in un ambiente esterno molto carico, elettrico. Il personaggio di Toni ha un segreto, gli è successo qualcosa. Nessuno vuole parlarne perché è un tabù, e sente che questa è un’ingiustizia enorme. Anche Yasser ha delle difficoltà. L’esperienza gli ha insegnato a non fidarsi del sistema giuridico.

Trent’anni dopo la fine della guerra civile, dove sono le varie forze della società libanese? Riescono a muoversi al di là dei dissensi che le avevano motivate durante la guerra civile durata dal 1975 al 1990?

La guerra in Libano è finita nel 1990 senza vinti né vincitori. Tutti vennero assolti. L’amnistia generale si trasformò in amnesia generale. Abbiamo nascosto la sporcizia sotto il tappeto, per così dire. Ma non può esserci una guarigione della nazione sino a quando i problemi non vengono affrontati.

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È così che lo ha trasformato in un dramma giudiziario?

I drammi giudiziari forniscono agli sceneggiatori un luogo in cui mettere a confronto due antagonisti. Puoi riprendere il loro confronto faccia a faccia. È una specie di versione moderna del western, ambientato però in un ambiente chiuso. Questo è quello che ho cercato di ottenere dato che questo film descrive una sorta di duello tra Toni e Yasser.

Fino a che punto un dramma giudiziario sul Libano diventa per lei anche un film personale?

Il nostro passato in maniera inconscia ci aiuta a costruire una storia, non c’è dubbio. Per me la giustizia è sempre stata molto importante. Provengo da una famiglia di giudici e avvocati. Mia madre è avvocato ed è stata il consulente legale del film. Abbiamo avuto molte conversazioni intense durante la fase di scrittura del film. È molto abile! Mia madre ha fatto molta pressione per far assolvere il palestinese nel film…Parlando di cose serie, Joëlle ed io siamo entrambi molto preparati sulla storia della guerra civile libanese, e conosciamo il prezzo pagato da entrambe le parti. Proveniamo entrambi da famiglie con profonde convinzioni politiche. Joëlle viene da una famiglia cristiana falangista mentre io da una famiglia sannita che ha difeso la causa palestinese, in modo alquanto virulento. Poi, da giovani adulti, abbiamo entrambi cercato, nel corso degli anni, di comprendere il punto di vista dell’altro. Ognuno di noi ha compiuto un passo, trovato un equilibrio, una forma di giustizia, in questa storia Libanese – in cui nulla è bianco o nero, dove è impossibile dire “questi sono i buoni e questi i cattivi”.

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Questo rende affascinante la narrazione, no?

Se dovessi riassumere questo film, lo definirei una ricerca della dignità. Entrambi i protagonisti sono stati colpiti nell’onore e nella dignità. Ognuno colpevolizza l’altro ritenendolo responsabile dei loro problemi. L’insulto è sicuramente ottimista e umano. Mostra il percorso che si può intraprendere per raggiungere la pace.

Questo processo può essere definito anche un’analisi psicoanalitica del Libano odierno?

Questo lo devono dire i libanesi.

Tratta anche di un gap generazionale.

Considero il film anche da un’altra angolazione: il punto di vista delle donne. Hanno un approccio completamente differente. Le donne hanno più sfumature. Posseggono l’intelligenza che permette di raggiungere un equilibrio. Questo è un film in cui le donne prendono il controllo della situazione per fare da moderatrici, per fare in modo di superare questa situazione. Se lo immagina se un giorno le donne governassero il mondo arabo?

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Pensa che questo film sia comprensibile ad un pubblico non libanese?

Sì. Possiede una dimensione universale. Yasser e Toni potrebbero avere qualunque altra nazionalità, essere di qualunque altra nazione. Ancora una volta, questo film è completamente ottimista e umano. Mostra un’alternativa ai conflitti prendendo una strada che ammette la giustizia e il perdono.