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Neri Marcorè incontra De André e Pasolini in Quello Che Non Ho

Da oggi al 14 gennaio, sul palcoscenico del Teatro Fraschini di Pavia, Neri Marcorè è protagonista con Quello Che Non Ho, lo spettacolo – prodotto dal Teatro Archivolto di Genova – scritto e diretto da Giorgio Gallione che nasce sull’ispirazione legata alle canzoni di Fabrizio De André, in modo particolare quelle contenute in Le Nuvole, e alla visionarietà profetica di Pier Paolo Pasolini.  Accompagnato dalle voci e dalle chitarre di Giua, Pietro Guarracino e Vieri Sturlini, Marcorè sul palco canta, recita e suona la chitarra.

"Quello Che Non Ho" (foto di Bepi Caroli)

“Quello Che Non Ho” (foto di Bepi Caroli)

Nel 1963 Pier Paolo Pasolini con La Rabbia, poema filmico che intreccia analisi politica a vibrante invettiva, costruisce una personale visione del mondo di quegli anni insieme lucida e beffarda, affettuosa e spietata. Racconta un’epoca di grandi utopie, di boom economico ma pure l’inizio di “una nuova orrenda preistoria”, figlia del consumismo più sregolato e della distruzione dell’etica e del paesaggio; un mondo che corre ciecamente verso la modernità e che fatica a coniugare sviluppo e progresso.

Da questa libera ispirazione nasce Quello Che Non Ho un affresco teatrale che cerca di interrogarsi sulla nostra epoca, in equilibrio instabile tra ansia del presente e speranza nel futuro. Ci serviremo per questo di storie emblematiche, quasi parabole del presente, che raccontano (anche in forma satirica) nuove utopie, inciampi grotteschi e civile indignazione. Incroceremo le canzoni di Fabrizio De André, poesie in musica che passano dalle ribellioni e i sarcasmi giovanili alla visionarietà dolente delle “anime salve” e dei “non allineati” contemporanei, costruendo idealmente un dialogo, etico e politico, tra le narrazioni dell’Italia e del mondo di due artisti spesso in assonanza.

Neri Marcorè (foto di Bepi Caroli)

Neri Marcorè (foto di Bepi Caroli)

Quello Che Non Ho, titolo ispirato alla celebre canzone del cantautore genovese, guarda alle parole e alla musica di due artisti che hanno avuto la capacità di indagare la realtà in modo anticonformistico, il coraggio di demonizzare miti nascenti al punto di essere comunque entrambi scomodi per la loro società d’appartenenza. Un mosaico di situazioni apparentemente surreali, tra satira e poesia, con riflessioni legate all’attualità.

Ne vien fuori un ritratto della nostra società con le sue inguaribili contraddizioni: il tessuto della narrazione è basato su episodi di cronaca internazionale, alcuni di sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente, altri di ribellione e di illegalità. Riflessioni di carattere economico e sociale, storie di esclusione, di guerra, rilette col filtro grottesco, ghignante e aristofanesco. Visioni al limite del favolistico, come ad esempio il “Sesto continente” fatto di rifiuti di plastica galleggiante al largo delle isole Hawaii.

Marcorè con i musicisti (foto di Bepi Caroli)

Marcorè con i musicisti (foto di Bepi Caroli)

Negli ultimi anni il teatro-canzone è una cifra stilistica adottata più volte da Neri Marcorè che ha costruito, insieme al regista e autore Giorgio Gallione, spettacoli che non si discostano mai dall’ impegno civile incisivo (Eretici e Corsari, Un Certo Signor G, Beatles Submarines).  La sua è una recitazione suadente, in alternanza con il canto, che invita a pensare con la propria coscienza. Questa denuncia dello stato doloroso delle cose e della corruzione, alla fine è parzialmente “rischiarato” dalle lucciole (quelle stesse di cui Pasolini aveva lamentato la scomparsa in un celebre articolo pubblicato sul Corriere della Sera nel 1975 – Il vuoto del potere in Italia) per lenire il pessimismo e accendere nello spettatore un barlume di speranza.

“Con questo spettacolo siamo di fronte a un anomalo, reinventato esempio di teatro canzone che, traendo linfa dalla visione del mondo e dalla poetica di De André e Pasolini prova a raccontare l’oggi. Un tempo nuovo e in parte inesplorato, in cerca di idee e ideali”.

Giorgio Gallione