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SPECIALE – Vent’anni fa ci lasciava Gian Maria Volonté, l’attore contro

Il 6 dicembre 1994 si spegneva, stroncato da un infarto mentre stava girando in Grecia Lo Sguardo di Ulisse, un grandissimo uomo del nostro cinema: Gian Maria Volonté. Attore versatile e straordinario, estremamente coerente nel suo percorso artistico, Volonté, dopo la notorietà raggiunta con i western di Sergio Leone, ha sempre scelto di fare film impegnati, coraggiosi, controcorrente, scomodi. Pellicole capaci di creare degli squarci, tanto potenti quanto il suo sguardo profondo.

Gian Maria Volonté in "Indagine su un Cittadino al di Sopra di Ogni Sospetto"

Gian Maria Volonté in “Indagine su un Cittadino al di Sopra di Ogni Sospetto”

È diventato così un simbolo di cinema civile, soprattutto nelle opere – illuminate e sempre più attuali – dirette da Elio Petri (Indagine su un Cittadino al di Sopra di ogni Sospetto, 1970, resta il capolavoro con La Classe Operaia va in Paradiso, 1971) e Francesco Rosi (Il Caso Mattei, 1972; Lucky Luciano, 1973). Ma vanno ricordati anche tanti altri lavori, tra gli altri Sbatti il Mostro in Prima Pagina (1972, regia di Marco Bellocchio) e Sacco e Vanzetti (1971, di Giuliano Montaldo).

Ma il film con il quale lo vogliamo ricordare oggi è Uomini Contro, il lungometraggio del 1970 di  Francesco Rosi, in cui non c’è posto per gli eroi. Il film è incentrato sulle vicende di una divisione di fanteria, comandata dal generale Leone, che combatte e resiste sull’altopiano di Asiago tra il 1916 e il 1917. Tratto dal romanzo Un Anno sull’Altipiano scritto dal reduce Emilio Lussu, il film mostra, senza mezzi termini, il massacro di un’intera generazione di giovani (e uomini già fatti) operato dagli alti papaveri dell’esercito italiano (e non solo) in lotta con le nazioni germaniche.

Alain Cluny (Leone) e Volonté (Ottolenghi)

Alain Cluny (Leone) e Volonté (Ottolenghi)

Gli ordini assurdi, al limite della parodia involontaria, impartiti dal generale (un misurato e perfido Alain Cluny), come quello di uscire in bella vista dalle trincee per recidere i reticolati austriaci protetti da una tanto pesante quanto inutile corazza di ferro (realmente usata in alcuni frangenti bellici), seminano malcontento e morte tra i soldati. Al fanatismo esasperato dei capoccia in grigioverde è contrapposto lo svilimento di chi è costretto ad imbracciare un fucile e correre, correre a perdifiato verso la linea nemica sotto le pallottole, in una sorta di tragica roulette russa dalla conclusione scontata. Persino l’esercito austriaco, mosso dalla più inaspettata ma spontanea pietà, supplica lo schieramento nemico di fermarsi: “i soldati italiani non si fanno ammazzare così”.

L’umanità è un privilegio di pochi. Sembrano essere più umani d’altri il sottotenente Sassu, giovane studente universitario interventista che capisce, stando al fronte, l’atrocità del conflitto, e il tenente Ottolenghi, interpretato da un Volonté volutamente sottotono, che sa animarsi in scene cardine, per poi ripiombare in una finta quanto educata apatia.

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Perché lui, il tenente, è un socialista, un ribelle stanco di una guerra combattuta in nome di ideali inesistenti per i più. Ciò nonostante, riesce a tenere a freno i suoi uomini, a tenerli lontani dagli ammutinamenti (- Non è questo il momento, se bisogna protestare bisogna farlo bene – dice); a gridare a squarciagola – Fuori! – prima dell’attacco e non – Savoia! – come fanno i suoi pari. E il tenente non è un eroe, come non lo è quel soldatino che crepa riverso sui sacchi di sabbia, al limitare della trincea esposto al fuoco nemico, istigato dal generale Leone a dimostrar di non essere un vile.

La sequenza in cui, dopo l’ennesimo tragico attacco scellerato e suicida, chiama i soldati a sparare contro il generale, è la più bella del film: un manifesto della stessa vita di Volonté, l’attore contro, come recita il titolo del documentario di Ferruccio Marotti a lui dedicato.


Il film di Rosi, per il quale lo stesso regista venne denunciato per vilipendio dell’esercito (poi assolto), pone indirettamente domande sull’eroismo: quanto vale il coraggio? Le medaglie sono vinte per gesta encomiabili o per atti di disperata sudditanza, ormai intrisa nella divisa dopo anni di guerra? In questo senso Uomini Contro rassomiglia non poco a Orizzonti di Gloria di Kubrick.

In entrambe le pellicole, ci sono uomini contro altri uomini. Uomini contro se stessi oppure contro le prepotenze subite da un comando supremo che con enfasi riteneva la Prima Guerra Mondiale l’ultima guerra d’Indipendenza. Ad ogni buon conto, cent’anni fa quegli stessi uomini, giunti d’ogni parte d’Italia e morti tristemente lassù, in fondo al Belpaese (e per questo non vanno criticati né giudicati) dovevano  essere per forza contro qualcosa.

“Basta! Basta con questa guerra di morti di fame contro morti di fame! Eccolo là il nemico, è alle spalle! Soldati alzatevi e spariamo là!” 

Gian Maria Volonté – Uomini Contro

Tommaso Montagna
Giacomo Aricò