(foto di Francesco Squeglia)

INTERVISTA – Daniele Russo: “Chi sono i veri matti? Come attore vivo per il teatro: il cinema italiano dorme”

(foto di Francesco Squeglia)

Dal 6 al 9 aprile al Teatro Bonci di Cesena andrà in scena Qualcuno Volò Sul Nido del Cuculo, lo spettacolo – diretto da Alessandro Gassmann – ispirato al film di Milos Forman. A vestire i panni del protagonista è un sempre straordinario Daniele Russo, capace, attraverso il personaggio indimenticabile di Dario Danise, di emozionare il pubblico, tra momenti ironici e drammatici. Diretto dal fratello Gabriele, l’attore campano ha da poco portato trionfalmente sul palcoscenico del Teatro Bellini di Napoli Il Giocatore di Fëdor Dostoevskij, “il personaggio più difficile che io abbia mai fatto”, dice.

Daniele Russo e Camilla Semino Favro ne "Il Giocatore" (foto di Francesco Squeglia)

Daniele Russo e Camilla Semino Favro ne “Il Giocatore” (foto di Francesco Squeglia)

Con Daniele Russo, sempre gentile e schietto, ho avuto il piacere di fare una bella chiacchierata, appena prima che andasse in scena con Qualcuno Volò Sul Nido Del Cuculo. È da lì che abbiamo iniziato a parlare.

Nel finale dello spettacolo c’è una grande differenza con il film. A Dario viene data la possibilità di scappare da Suor Lucia: “quella è la porta principale, se vuole può andarsene”. Ma lui rinuncia.

Hai colto una delle differenze principali tra versione teatrale e film, una differenza sostanziale tra i due personaggi. Io credo che il film con questo spettacolo centri veramente poco, qui siamo da un’altra parte, è la stessa storia ma è un’altra storia. Dario ha una grandezza d’animo molto più grande rispetto al McMurphy di Jack Nicholson. Pur avendo lo stesso scatto d’ira, che non riesce a dominare, nei confronti della Ratched, McMurphy è mosso solo da se stesso. Dario invece no. Lui fa tutto per i suoi compagni di reparto. In loro ha trovato una famiglia. Non li lascerebbe mai, anzi, vorrebbe che fuggissero tutti con lui. È mosso da uno spirito di famiglia: prima non aveva niente, ma quando trova loro, si aggrappa, trova dei reali legami.

È ancora più maligno, rispetto al film, l’assist che gli dà Suor Lucia.

Sì perché lei già sa che Dario non se ne andrà. È una sfida che lei lancia a lui sapendo già di averla vinta. Dario se ne potrebbe andare ma non lo fa, non ha il coraggio di lasciare i suoi amici in mano ad una stronza ancor più incattivita di quello che è successo dopo la festa nel reparto.

Daniele Russo in scena con "Qualcuno Volò Sul Nido Del Cuculo"

Daniele Russo in scena con “Qualcuno Volò Sul Nido Del Cuculo”

Questo spettacolo è ancora attualissimo, purtroppo, alla luce di fatti di cronaca orribili. Anziani e disabili malmenati da inservienti e infermieri…

Abbiamo debuttato tre giorni dopo la chiusura degli OPG. Questo spettacolo è di un’attualità devastante perché non parla solo della coercizione che c’è dentro a questi luoghi che dovrebbero essere di riabilitazione, civica e umana, ma che in realtà non lo sono. Come non lo sono le carceri. Sono luoghi che faticano ad essere quello che dovrebbero. La riabilitazione diventa reclusione. Così come è accaduto negli istituti di igiene mentale. Sono luoghi in cui impazzisci, che sono contro la persona. Così come è contro la persona la società dei nostri giorni. Nello spettacolo noi parliamo di follia: ma in che senso? Un uomo che non riesce a esprimere la propria omosessualità? Un ragazzo timido che non è mai stato con una donna? Un maniaco-compulsivo? Stiamo parlando di paure, non di follia. Bisogna essere capaci di esorcizzare le proprie paure, di saperci convivere. In una società così competitiva che ti chiede di essere sempre performante, se non lo sei…diventi un problema. Diventi “strano”, non collocabile, e quindi fuori, e quindi pazzo. Ma chi di noi non ha idiosincrasie, non ha paure, fobie, fissazioni?

Tutti le abbiamo…

Io da piccolo contavo i numeri delle targhe. Se erano cinque numeri, la somma doveva essere trenta. Se erano tre, doveva fare venti. In base al risultato, pensavo potessero accadere o non accadere certe cose. Tutti hanno le proprie fissazioni. Chi più, chi meno. Bisogna vedere fino a che punto ti possono condizionare. Ancora oggi quando guardo una targa ci penso…e chi se ne frega! È normale avere le proprie scaramanzie, le proprie fisse. Non bisogna considerarsi pazzi per questo. I veri folli sono chi rinchiude persone così…

Ovvero?

Sono rimasto sconvolto da due casi di ergastoli bianchi. Uno per oltraggio a pubblico ufficiale, e un altro perché ha tirato un pugno ad una slot machine. Sono stati internati, trent’anni, in un OPG. Non erano pazzi, ma saranno impazziti dopo, una volta rinchiusi.

L'ex manicomio di Aversa

L’ex manicomio di Aversa

Assurdo.

È figlio dell’ignoranza. Se pensiamo al presente, se un infermiere in un centro di riabilitazione non sente il suo lavoro come una vocazione, quella di aiutare, ma come una frustrazione, in cui sfogarsi, perde la testa. Così come capita nello spettacolo, dove gli inservienti sono violenti e dove Suor Lucia è ottusa e applica il regolamento in modo severo e fuori luogo. Questa situazione c’è ancora oggi, basta poco per far degenerare le situazioni. La Legge Basaglia, per quanto fatta con le migliori intenzioni e che ha posto al centro l’individuo, non ha risolto il problema. Ancora recentemente in Italia ci sono stati casi di elettroshock. La verità è che della mente umana ancora oggi non abbiamo capito nulla. E non sappiamo ancora regolarci con le difficoltà.

Riguardo al rapporto tra individuo e il potere repressivo della società che analogia c’è tra l’elettroshock di Dario e la Cura Ludovico di Arancia Meccanica, dove interpretavi Alex?

Sono diversi modi di esercitare un potere ottuso. Mentre la Cura Ludovico si proponeva, ottusamente, un risultato, l’elettroshock si effettua senza sapere realmente il perché. È una scarica di elettricità, un’applicazione disumana, non attenta all’esigenza umana. E quindi anche controproducente.

Daniele Russo (al centro) in "Arancia Meccanica"

Daniele Russo (al centro) in “Arancia Meccanica”

Anche Arancia Meccanica, come Qualcuno Volò Sul Nido del Cuculo, fu letto di più dopo l’uscita del film. Quanto è forte il potere del cinema? Secondo te chi è il vero genio? L’autore del romanzo o il regista che del romanzo ne ha fatto un film?

Arancia Meccanica, per quanto Stanley Kubrick sia il mio regista preferito, parte da un romanzo monumentale. Non a caso è il romanzo verso il quale è rimasto più fedele. Qua c’è un immaginario e un idea di base talmente forte che Burgess sta un gradino sopra a Kubrick. In Qualcuno Volò Sul Nido del Cuculo, preferisco il film, che ho visto prima di leggere il libro. Per cui voto Forman. E poi sono innamorato di Jack Nicholson.

Il prossimo 22 aprile Jack Nicholson compirà 80 anni!

Ora lo chiamo (ride, ndr.)! Stiamo parlando di un pazzo vero. Quando mi preparavo a fare Dario non volevo vedere il film, non potevo neanche immaginare di approcciarlo. All’inizio mi dicevo “Jack Nicholson non esiste!”. Dopo le prime cinquanta repliche mi sono andato a rivedere il film perché avevo dei dubbi e volevo che mi aiutasse a risolverli. Ovviamente l’ha fatto. Mi ha ispirato, ma è impossibile imitarlo.

E su di lui che mi dici?

Cosa si può dire su di lui (sorride ndr)? Ti sorprende sempre, ti stupisce, gli credi, è sempre diverso, è sempre vero, è sempre vivo, è sempre folle, di una lucida follia. Un cavallo di razza, dei migliori mai esistiti.

Cuculo 0

Jack Nicholson, premiato con l’Oscar per “Qualcuno Volò Sul Nido Del Cuculo”

Torniamo bruscamente a casa nostra, al nostro cinema. La scorsa volta sei stato molto critico. Oggi ti chiedo di farmi una nuova fotografia del cinema italiano.

Sto pensando alla bellezza di Veloce Come il Vento, che non sembra un film italiano, o a Lo Chiamavano Jeeg Robot, un esempio per dire che se ci avviciniamo al cinema di genere ci allontaniamo dalla madornale mancanza di idee che ancora oggi c’è. Il discorso è quindi sempre lo stesso: il cinema italiano è privo di idee. E di capacità di scrittura. Siamo sempre nel piattume, storie già viste, personaggi già raccontati. Spesso sono derelitti a cui capita di tutto, ma non abbiamo il coraggio di raccontare i derelitti veri. È una società che io non riconosco in questi film. Poi c’è la commedia che manco sappiamo fare…

Mi piace la tua sincerità…

Penso al superbo The Young Pope di Paolo Sorrentino, intriso di spiritualità, lì si vede che c’è una scrittura. O anche al magnifico Dio Esiste e Vive a Bruxelles: c’è un’idea, c’è una sceneggiatura, semplice, funziona. In Italia invece copiamo ancora – e male – le commedie francesi… Sembra davvero impossibile uscire da certi meccanismi e infatti al cinema in Italia ci si va sempre meno. Io non mi vedo rappresentato da questo cinema. Mancano le storie, quelle vere, quelle forti, quelle nuove, mai viste prima. E poi manca qualcuno che le sappia raccontare bene.

Salvi qualcuno?

Per restare sul tema della salute mentale, nella sua semplicità salvo Paolo Virzì, sempre originale, e ne La Pazza Gioia si è confermato: è sempre di livello.

Donatella e Beatrice

“La Pazza Gioia” di Paolo Virzì

E dei tuoi colleghi che mi dici?

Sono rimasto sconvolto dall’interpretazione di Stefano Accorsi in Veloce Come il Vento: si è messo in gioco, ha rischiato, è stato bravissimo. Molti altri invece interpretano solo loro stessi, senza cambiare mai. Oramai si sono resi riconoscibili così. Ma io non potrei mai fare sempre lo stesso personaggio. Cosa interessa alla gente di andare a vedere Daniele Russo in dieci film diversi che fa Daniele Russo? Per me sarebbe una tortura. Io voglio essere sempre diverso da me stesso, amo rischiare.

Sean Penn resta sempre il tuo idolo?

Assolutamente. Sean Penn è dio. Poi ora che sta insieme a Charlize Theron ha raggiunto il massimo.

Intervista di Giacomo Aricò