©Duccio Giordano

La Paranza Dei Bambini, i giovani senza sentimenti di Roberto Saviano e Claudio Giovannesi

©Duccio Giordano

Presentato oggi alla 69. Berlinale, il 13 febbraio arriva nei nostri cinema La Paranza Dei Bambini, il film diretto da Claudio Giovannesi tratto dall’omonimo libro scritto da Roberto Saviano. Il cast principale è composto da giovani ragazzi dei quartieri di Napoli che non hanno mai recitato prima: Francesco Di Napoli (Nicola), Ar Tem (Tyson), Alfredo Turitto (Biscottino), Ciro Vecchione (O’Russ), Ciro Pellecchia (Lollipop), Mattia Piano Del Balzo (Briatò).

Il film

Napoli 2018. Sei quindicenni – Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O’Russ, Briatò – vogliono fare soldi, comprare vestiti firmati e motorini nuovi. Giocano con le armi e corrono in scooter alla conquista del potere nel Rione Sanità. Con l’illusione di portare giustizia nel quartiere inseguono il bene attraverso il male. Sono come fratelli, non temono il carcere né la morte, e sanno che l’unica possibilità è giocarsi tutto, subito. Nell’incoscienza della loro età vivono in guerra e la vita criminale li porterà a una scelta irreversibile: il sacrificio dell’amore e dell’amicizia.

Claudio Giovannesi racconta…

La Paranza Dei Bambini racconta il rapporto tra adolescenza e vita criminale: l’impossibilità di vivere i sentimenti più importanti dell’adolescenza, l’amore e l’amicizia, nell’esperienza del crimine. Il film mostra la perdita dell’innocenza di un quindicenne e dei suoi amici coetanei. La scelta criminale di Nicola, il protagonista, diventa passo dopo passo irreversibile e totalizzante e impone il sacrificio del primo amore e dell’amicizia. Vivere i sentimenti fondamentali dell’adolescenza nella vita criminale è impossibile: è un bisogno che esplode nel protagonista ma che non può essere più vissuto“.

©Simone Florena

©Simone Florena

Anche se il percorso di malavita non è un desiderio innato nei ragazzi, ma nasce come conseguenza di una condizione di illegalità diffusa, il film non vuole avere un punto di vista sociologico. Scegliamo il punto di vista dei ragazzi, senza giudicarli, e mostriamo i loro sentimenti di adolescenti in relazione all’esperienza del crimine e all’ambizione del potere: la narrazione della parabola criminale è sempre in funzione del racconto delle loro emozioni, delle storie di amicizia e di amore che proprio a causa della vita criminale sono destinate a morire“.

Nonostante i quindici anni dei protagonisti, i ragazzi sono costretti al rapporto quotidiano con la morte, al pensiero di essa come possibilità reale: vivono l’ambizione della conquista e scelgono la guerra nell’incoscienza. Nel desiderio di potere dei nostri ragazzini c’è anche il paradosso ingenuo, proprio della loro età, di voler fare il bene attraverso il male: il sogno di un potere giusto, l’illusione di una camorra etica. I figli uccidono i padri, si sostituiscono a loro e per farlo sono costretti ad abbreviare il tempo della loro crescita, a sacrificare la spensieratezza, a considerare la morte o la galera come una realtà vicina e quotidiana“.

©Simone Florena

©Simone Florena

Le parole di Roberto Saviano

Qual è il nostro punto di vista e la prospettiva da cui guardiamo il mondo che ci circonda? Quali sono le nostre paure? Cosa vorremmo cambiare? È la visione del mondo che ciascuno di noi ha che, inevitabilmente, finisce per essere la sostanza di ciò che produciamo. E se il nostro mestiere è quello di scrivere, il racconto risponderà a un desiderio, quello di modificare, attraverso le parole, ciò che vediamo attorno a noi e che crediamo non funzioni. Da giovane iniziai a scrivere, mandavo i miei racconti a un intellettuale italiano che stimavo molto. Glieli mandavo stampati su carta, via posta ordinaria. E lui con una lettera, che conservo ancora, mi rispose: “Scrivi bene, ma scrivi stronzate. Ho visto il tuo indirizzo: apri la finestra, guarda fuori e scrivi ciò che vedi”. Così feci, e iniziai a scrivere di criminalità organizzata, e non perché guardando fuori dalla finestra fosse l’unica cosa che vedessi, ma perché era forse l’unica cosa a non essere visibile a occhio nudo, ma a essere comunque presente in ogni aspetto della vita non solo di chi campa in certe province del sud Italia“.

E quello sguardo, il mio sguardo sulla criminalità non era il primo, non era il migliore, ma era sicuramente nuovo. Nuovo perché ho provato a non fare cronaca, a non essere asettico ed equidistante, ma a raccontare con empatia la storia di terre martoriate dai clan, dagli affiliati e dai boss che non erano e non sono diversi da noi, ma identici a noi e spesso indistinguibili. E allora servivano strumenti per identificarli, serviva capire che la criminalità organizzata non è solo pistole e onore, ma anche e soprattutto soldi, soldi e ancora soldi. Poi è accaduta, presso certi ambienti che osservano il mondo senza la dovuta lucidità, una cosa assolutamente normale e che accade a chiunque racconti ciò che non si vuol vedere, ciò che ci si vergogna ad ammettere, ciò che fa male pensare che possa rappresentare un popolo e una nazione verso altri popoli e altre nazioni: hanno accusato i miei scritti di infangare, di volta in volta, la mia terra, il nord Italia, Spagna, Francia, Germania, perché responsabile non è chi appicca l’incendio, ma chi spegnendolo rende visibili le macerie lasciate dal fuoco; perché il problema non è il cancro che uccide, ma l’oncologo che, curandolo e facendo il suo lavoro, si “arricchisce” sulle disgrazie altrui“.

©Palomar2018

©Palomar2018

In questo clima nasce il libro La Paranza Dei Bambini, in un contesto che non voleva ammettere, nonostante una violenza inaudita, arresti, omicidi e condanne, che nei vicoli di Napoli l’età degli affiliati ai clan camorristici si fosse drasticamente abbassata, che le vecchie famiglie erano state marginalizzate da giovani imprenditori del crimine il cui obiettivo era solo fare soldi, ottenere potere e regnare sulla città. E per ottenere soldi e potere qualunque mezzo sarebbe stato lecito. Se la consuetudine criminale, ovvero l’esistenza di un know how criminale diffuso, è alla base della presenza delle paranze di giovanissimi a Napoli, è vero anche che l’adolescenza distrutta dalla fame di potere e soldi è un tratto comune di tutte le periferie del mondo. Osservando più da vicino ciò che accade, il sillogismo banale secondo cui sei figlio di camorrista, sarai camorrista, oggi cade“.

A compiere azioni efferate e inspiegabili sono spesso ragazzi che non appartengono a famiglie criminali, con buona pace di chi vorrebbe che vi fosse una separazione netta tra i per bene e i per male. E questo accade essenzialmente perché l’invenzione della violenza senza alcun fine predatorio è la risposta al vuoto. A un vuoto che è pressoché totale, che non è solo percepibile, ma anche tangibile. Non c’è sistema, non c’è attenzione. Non c’è Stato in nessuna delle forme sotto cui lo conosciamo, stabilito che arresti e repressione non sono la cura, non sono la soluzione. E cosa significa questo? Significa che dopo non aver imparato a scuola, si sta in strada senza far nulla. Si sta in strada e si sperimenta la solitudine. Da qui bisognerebbe ripartire: innanzitutto nella cura delle persone. Se si vuole arginare un fenomeno come quello delle bande di ragazzini, si cominci con l’interrogare questi giovanissimi, conoscerne le difficoltà, comprenderne i bisogni profondi. Dove c’è educazione si rinuncia alla violenza, dove c’è vuoto di cultura c’è violenza. E in un dibattito che si vuole costruttivo non si dovrebbe parlare mai di emulazione, di violenza vista e quindi riprodotta“.

©Angelo Turetta

©Angelo Turetta

E non se ne dovrebbe parlare non perché l’emulazione non esista, ma perché la censura non è la soluzione. Sapete cosa significa censurare? Significa dire questo: “Dal momento che riteniamo una parte di voi incapace di discernere cosa sia bene e cosa non lo sia, meglio che non abbiate accesso a determinati contenuti. Se vedrete prostitute in televisione inizierete a prostituirvi, se vedrete criminali al cinema commetterete crimini. Non dovete sapere, non dovete vedere, non dovete conoscere. Vi devono mancare strumenti, perché quando vi vengono dati li usate male”. Ma chi sono i censori per decidere cosa mostrare e cosa vietare? Chi sono i censori per sapere preventivamente quali effetti produrrà la censura?“.

E così, nel passaggio da Paranza libro a Paranza film, dalla parola concepita per essere letta a quella concepita per essere rappresentata, il faro che ci ha guidato è stato il racconto della strada e dei ragazzi che la popolano. Del modo in cui ci stanno dentro, di come se la sentono addosso, di come la penetrano, la feriscono e ne vengono a loro volta feriti. Di come si trovano immersi in qualcosa che prescinde da loro e che prescinde perfino dalle loro famiglie. Ma che non prescinde da tutti noi, dall’insieme delle persone che dovrebbero prendere atto dell’esistenza di una piaga per dare attenzione e trovare insieme una cura, senza nasconderla per vergogna“.

©Simone Florena

©Simone Florena

Di Giovannesi mi aveva colpito lo sguardo di Fiore sui ragazzi e sulla loro precarietà, precarietà nei sentimenti prima ancora che materiale. La loro incapacità di immaginarsi nel futuro. Questo mi sembrava il tassello che alla mia analisi andava aggiunto, necessariamente. Un approccio emotivo che mostrasse come, prima di essere criminali, i paranzini siano ragazzi che, in conseguenza della loro scelta criminale, hanno smesso di essere adolescenti e bambini per diventare qualcos’altro. E cosa nessuno lo vuole davvero capire, né le famiglie, non la comunità cui appartengono, tantomeno la società civile, che archivia le loro esistenze come effetti collaterali di una società che non può avere tutto sotto controllo: vittime e carnefici allo stesso tempo.