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Lolita, l’ossessione di Vladimir Nabokov

© Warner Bros. Foto: ARTE France Sendeanstalt/Copyright

Il 23 aprile del 1899, esattamente 120 anni fa, a Pietroburgo nasceva lo scrittore Vladimir Nabokov, il celebre autore del romanzo-scandalo Lolita. Un testo – che Nabokov scrisse prima in inglese e, dopo dieci anni, in russo – che venne pubblicato inizialmente a Parigi nel 1955 e che diventò, nel 1962, l’indimenticabile pellicola diretta da Stanley Kubrick. con James Mason, Shelley Winters, Peter Sellers e la conturbante Sue Lyon.

Il film

L’emigrato Europeo Humbert Humbert (James Mason) è da poco arrivato a Ramsdale, nel New Hampshire. È un tipo così mentalmente disturbato da congegnare un piano macchiavellico. Sposerà Charlotte Haze (Shelley Winters), così potrà stare sempre al fianco della sua amata: Dolores (Sue Lyon), la giovanissima figlia di lei.

Con la versione cinematografica del romanzo di Vladimir Nabokov, grondante di pathos e humour nero, Stanley Kubrick esplora il tema dell’ossessione sessuale, soggetto che rivisiterà 37 anni dopo in Eyes Wide Shut. Strappando ai suoi attori interpretazioni considerate fra le migliori della loro carriera, Kubrick realizza un film che ha fatto scalpore alla sua uscita e che oggi non è meno provocatorio. James Mason interpreta il contorto e deluso Humbert. Una volta sposatosi con la povera Charlotte, ha un rivale nell’ubiquo Clare Quilty (Peter Sellers) ed è stregato fin nel profondo della sua viscida anima dalla gaia adolescente con quel nome lezioso, lirico, languido: “Lolita”.

Lolita 1

Lo scandalo di Nabokov

Il romanzo di Vladimir Nabokov suscitò immediato scandalo per il contenuto scabroso che portava alla luce una delle turpitudini umane più odiose: la passione di un uomo maturo per un’acerba adolescente. Il narratore è un professore di letteratura di trentasette anni che rimane letteralmente ossessionato da una dodicenne, Dolores Haze, con la quale intreccia una relazione sessuale dopo esserne diventato il patrigno. Lolita, il titolo del romanzo, è il soprannome che l’uomo dà in privato alla ragazzina e che entrerà – complice la trasposizione cinematografica di Stanley Kubrick – nella cultura di massa e nel linguaggio comune per indicare, per antonomasia, una diabolica ninfetta, piccola seduttrice, non si sa fino a qual grado inconsapevole (o anche una giovanissima sessualmente precoce o comunque attraente).

In Italia arrivò 60 anni fa

A causa della trama, il libro venne rifiutato da molte case editrici, a meno di pesanti tagli e censure che Nabokov si rifiutò sempre di operare. Fu pubblicato a Parigi dalla Olympia Press, un’importante casa editrice di letteratura erotica nel 1955; in quell’anno lo scrittore Graham Greene – in un’intervista al Sunday Times di Londra – lo elogiò come uno dei migliori romanzi dell’anno, anche se i problemi di pubblicazione permasero. Nel dicembre 1956, il ministro degli Interni francese lo bandì per due anni. La prima edizione americana avvenne nel 1958 per la G.P. Putnam’s Sons e presto scalò la classifica dei best seller più venduti (vendette 100.000 copie nelle prime tre settimane). In Italia fu pubblicato nel 1959 da Mondadori, sessant’anni fa.

Peter Sellers e Shelley Winters

Peter Sellers e Shelley Winters

Le parole di Stanley Kubrick

Nonostante lo scandalo, le circa quattrocento pagine del libro non contengono né parole né descrizioni oscene: la trama è intessuta di uno stile letterariamente alto ed elegante che allude alle scabrosità senza mai descriverle esplicitamente. Stanley Kubrick, che diresse la sua versione cinematografica partendo dalla sceneggiatura dello stesso Nabokov, in un’intervista pubblicata su Positif (nel dicembre 1968), disse:

“Nel libro si poteva pensare che lui la volesse soltanto… che non pensava ad altro. Ma siccome tutte queste cose non potevano passare nel film, l’interesse che lo spingeva verso Lolita veniva immediatamente percepito come una certa forma di amore e non solo di desiderio carnale. In questo senso, credo, il film ne ha perso il valore: a causa dell’impossibilità di mostrare la parte erotica. E’ la sola parte che mi abbia deluso. La pellicola sarebbe stata migliore, se fosse stato costantemente presente un potente elemento erotico. […] La pellicola rispettava fedelmente i personaggi, la loro psicologia del romanzo, ma non aveva affatto tutto il violento aspetto sessuale che avrebbe dovuto possedere. […] Se Lolita è un fallimento, è imputabile solo alla mancanza di erotismo”.

Lolita 4

La reazione di Vladimir Nabokov

Quando Vladimir Nabokov venne contattato da Stanley Kubrick e James B. Harris – che acquisirono i diritti del libro – per farne un film, in un primo momento si rifiutò. Poi accettò e iniziò a scrivere la sceneggiatura. Alla fine ne utilizzò solo una minima parte. Nel dicembre 1973, Vladimir Nabokov ricordò cosa successe dopo che vide il film la prima volta:

“dopo una proiezione privata, avevo scoperto che Kubrick era un grande regista, che Lolita era un film di prima qualità con attori magnifici, e che della mia sceneggiatura erano stati usati solo brandelli sparsi. Le modifiche, il travisamento delle mie trovate migliori, l’omissione di intere scene, l’aggiunta di altre, e ogni genere di cambiamenti ulteriori, non erano forse sufficienti a far cancellare il mio nome dai titoli di testa ma di certo rendevano il film tanto infedele alla sceneggiatura originale quanto lo sono certe traduzioni di Rimbaud e Pasternak fatte da un poeta americano. Mi affretto ad aggiungere che queste ultime osservazioni non vanno assolutamente interpretate quale riflesso di un tardivo rancore, di uno stridulo biasimo nei confronti dell’approccio creativo di Kubrick. Nel travasare Lolita su schermo sonoro, lui vedeva il mio romanzo in un modo, io in un altro: tutto qui, né si può negare che un’assoluta fedeltà può anche essere l’ideale per un autore, ma per il produttore può risultare rovinosa”.

Lolita 3

Mi sbagliavo…

“La mia prima reazione al film fu un misto di irritazione, rammarico, e restio godimento. Più d’un’intrusione (quale la macabra sequenza del ping-pong o l’estatica sorsata di scotch nella vasca da bagno) mi parve azzeccata e spiritosa. Penose, però, altre (quali il crollo della brandina pieghevole o i fronzoli dell’arzigogolata camicia da notte della signorina Lyon). Le sequenze, per lo più, non erano certo migliori di quelle da me pensate con tanta cura per Kubrick, e mi pentii amaramente del tempo perso, pur ammirando la saldezza di Kubrick, nel sopportare per sei mesi l’evoluzione e la somministrazione di un prodotto inutile. Ma mi sbagliavo. Rammarico e irritazione si placarono presto al ricordo dell’ispirazione tra le colline, la sedia a sdraio sotto la jacaranda, la spinta interiore, la luce, senza le quali non avrei portato a termine il compito. Mi dissi che dopotutto nulla era andato perso, che la mia sceneggiatura restava intatta nella sua custodia e che un giorno l’avrei potuta pubblicare: non come meschina confutazione di un film dovizioso ma semplicemente come vivace variante di un vecchio”.


EXTRA – L’analisi di Sergio Volpi

Lolita di Stanley Kubrick è un grande film sull’ossessione, solo in parte basato sulla bella sceneggiatura che lo stesso Nabokov aveva tratto dal suo romanzo. Con la scelta della giovane ma già adulta Sue Lyon scompare l’elemento scandalistico della ninfetta, cioè quell’intrico di tabù sociali e desiderio erotico che, nel libro, segna l’agire del Professor Humbert Humbert. Eppure resta centrale la presenza del sesso, e ne resta l’angoscia. Inquieta ancor più la normalità di un vizio d’amore che finisce per provare che “ogni passione è mortale”. O, forse, per dirla con Amelio, è l’America la vera malattia del libro e del film“.

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E’ tutta una realtà americana – spazi visivi, stili di vita – che Kubrick immagina e percorre con wellesiana eleganza e profondità di piani. E soprattutto lo fa con un humour gogoliano (Gogol’, ricordiamo, nume tutelare di Nabokov) ossia di corpi e comportamenti deformi, per cui il film, a ragione, appare a Lynch tutto un “numero di funambolismo surreale, divertente e terrificante“. Spietate eppure ridicole sino alla follia sono le strategie dell’Humbert di James Mason, non meno doppio del suo avversario Quilty, osssia Peter Sellers, proteico artista e uomo di potere. Che, con i suoi travestimenti, media tutto un gioco di “finzioni” e messe in scena ma, ancor più, dà corpo a un’idea di identità divisa che in Nabokov è di matrice dostoevskijana, ma pure è di Kubrick da sempre. Il suo Lolita deflagra dentro i codici della normalità“.

(tratto da Mille Film, Baldini&Castoldi, Milano, 2017)