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Paolo Sassanelli, toccante esordio registico con Due Piccoli Italiani

Dopo essere stato presentato al Bif&st-Bari International Film Festival, domani esce al cinema Due Piccoli Italiani, il primo film da regista di Paolo Sassanelli che ha anche scritto il soggetto con Francesco Apice e Luca De Bei. Lo stesso Sassanelli è anche uno dei protagonisti insieme a Francesco Colella e Rian Gerritsen.

Il rocambolesco viaggio attraverso l’Europa di due amici un po’ naïf, Salvatore (Francesco Colella) e Felice (Paolo Sassanelli), in fuga da un paesino della Puglia, che si ritrovano catapultati a Rotterdam e poi in Islanda. Per la prima volta nella loro vita scopriranno cosa significa sentirsi vivi e felici.

Attraverso qualche disavventura e con l’aiuto della generosa e stravagante Anke (Rian Gerritsen), supereranno le proprie paure e inibizioni, costruendosi una seconda possibilità che gli è sempre stata negata. Saranno travolti dalla vita, scoprendo la gioia di esistere, di provare e ricevere affetto e amore, in uno strano triangolo di relazioni tipiche di una famiglia moderna, bizzarra e rassicurante al tempo stesso.

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Lasciamo spazio alle parole dell’autore/regista/attore di questa commovente storia, Paolo Sassanelli.

Questa storia parla di qualcosa a me molto vicino e che sempre mi commuove. Parla della fragilità delle persone e di come un equilibrio costruito attorno ad una vita monotona e apparentemente appagante, possa essere scosso da un improvviso episodio traumatico”.

Ci sono persone che, affacciate sul parapetto della propria vita, guardano scorrere quelle degli altri. Sicure delle piccole cose intorno a loro, pensano che quella sia la vita e che non si possa fare molto altro. Rassegnate a rimanere attaccate agli scogli come dei molluschi, assaporano l’acqua marina al ritmo delle onde, dipendendo dalle maree. Insomma, senza voler fare il poeta, può accadere che una di queste cozze si stacchi per un evento inaspettato. Si sa che una cozza vorrebbe tornare sul suo amato scoglio e che farebbe qualsiasi cosa per riuscirci, ma a me piace immaginare che se si abbandonasse alla corrente forse vedrebbe più cose in quei pochi minuti di quante potrebbe vederne mai in una vita intera. Questa metafora marina rappresenta bene la storia che ho raccontato, ossia il cambiamento di prospettiva che questo ‘distacco’ può generare”.

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I nostri due protagonisti per me sono veri “Eroi”. Non sono belli, non hanno fascino, sono abbastanza lontani da noi. Vivono in un mondo che non conosciamo, hanno vite così distanti dalla nostra che ci permettiamo di guardarli comodamente, a distanza di sicurezza. Felice e Salvatore sono due persone “espulse” dalla vita “normale”, che decidono di prendersi una seconda possibilità, quella che la vita ha sempre negato loro. Lo fanno facendoci sorridere, perché se di una cosa si può ridere allora vuol dire che non la temiamo più”.

La fine dei manicomi nel 1978 si deve a Franco Basaglia. Ho pensato a lui e all’opera che realizzarono i pazienti reclusi allora nella struttura: Marco Cavallo, un grande cavallo azzurro, fatto di legno e cartapesta che conteneva idealmente tutti i desideri e i sogni dei ricoverati. Il problema sorse nel momento in cui doveva essere esposto: nessuna delle porte dell’ospedale era così alta da permetterne l’uscita. Per i pazienti fu l’ennesima dimostrazione della loro reclusione forzata, ma la frustrazione durò poco. “Questo cavallo deve andare fuori” disse Basaglia con decisione e così Marco Cavallo fu sbattuto con forza contro una delle porte, rompendo le vetrate e un architrave, e riuscì a uscire e a infrangere quel muro simbolico tra il dentro e il fuori”.

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Ho ripensato a quest’episodio quando, nel film, Felice e Salvatore decidono di “affacciarsi” al mondo esterno, scappando dalla “casa” e cominciando la loro avventura verso l’ignoto. Finalmente hanno la possibilità di misurarsi con la vita, con i loro problemi, con il loro disagio, con il loro passato. A spingerli c’è il vento: prima quello delle pale eoliche in Puglia poi quello dei mulini in Olanda e infine quello del vulcano islandese che sparge lontano le sue ceneri. Un vento dell’avventura e della ricerca di una cura”.