PHOTO by: Munawar Hosain

Jim Carrey, sorriso e malinconia di un gigante del cinema

PHOTO by: Munawar Hosain

Donare un sorriso, sempre. Non è da tutti. Ridere, di gusto, dopo aver rivisto una sequenza di un film girato quasi trent’anni fa, come se fosse, ancora, una prima visione. Jim Carrey questo ha donato alla mia infanzia, alla mia maturità, al mio presente e al mio futuro. Il desiderio, e la certezza, di ridere, di divertirmi. Grazie alla sua strepitosa – direi unica – capacità di comunicare attraverso quella sua “faccia di gomma”. Un repertorio di espressioni e di smorfie che nessun attore ha. Il suo sorriso, contagioso, diventava il nostro.  Ma la chiave sono i suoi occhi, brillanti e malinconici, attraverso i quali possiamo leggere l’animo ferito di un ragazzo, cresciuto in fretta, che ha dovuto attraversare tanti momenti difficili.

Jim Carrey

Jim Carrey

Nato a Newmarket il 17 gennaio 1962, 60 anni fa, Jim Carrey ha convertito una vita drammatica (con una giovinezza segnata profondamente dalla povertà) in arte. Il palcoscenico come luogo e come cura, la performance comica come mezzo di espressione. Un talento, quello delle imitazioni, innato. Con il volto, con la voce, il giovane Jim Carrey si trasfigurava, si trasformava fisicamente, senza bisogno di trucchi. Poteva essere Clint Eastwood, James Stewart, Jack Nicholson, Bruce Dern, James Dean e tanti altri ancora. Afferrava il pubblico, facendolo ridere fino a scoppiare. Non è solo capacità, non è solo professione e studio, non è solo una sua dote artistica. Qui si parla di empatia. Chi soffre sa, più di altri, come ridere. E come far ridere. Perché sa com’è fatta un’ombra e sa che ci vuole per illuminarla.

La bravura non basta, serve sensibilità. Jim Carrey ne ha da vendere. Dopo gli esordi, i primi film, i primi telefilm, dal 1994 (anno della morte del padre), con Ace Ventura – L’Acchiappaanimali ha ufficialmente iniziato la sua leggendaria carriera come fuoriclasse assoluto della commedia (a volte demenziale) americana. Film come The Mask – Da Zero a Mito (1994), Scemo & Più Scemo (1994), Ace Ventura – Missione Africa (1995), Il Rompiscatole (1996), Bugiardo e Bugiardo (1997), hanno segnato i miei anni ’90 regalandomi (e regalando al pubblico di tutto il mondo), un modo nuovo (ed eterno, sempre pronto all’uso in caso di necessità!) di ridere: ogni suo personaggio porta la sua inconfondibile firma. Lasciandosi forse inghiottire da se stesso: in quegli anni, era inarrivabile. Un’etichetta, quella dell’attore “capace solo di far ridere”, e quindi confinato solo al genere che diverte (comico e commedia), che una certa (influente) critica gli affibbiò influendo (certamente) sui suoi futuri e ricorrenti (e profondi) stati depressivi. Arriveranno altri film così anche dopo i Duemila: da Io, Me & Irene (2000) a Una Settimana Da Dio (2003), da Lemony Snicket (2004) a Dick & Jane – Operazione Furto (2005), da Yes Man (2008) a Colpo di Fulmine (2009), da I Pinguini di Mr. Popper (2011), al sequel Scemo & + Scemo 2 (2014). Senza dimenticare ruoli da villain fumettistici in Batman Forever (1995), Il Grinch (2000) e più recentemente in Sonic (2020) e Sonic 2 (in arrivo quest’anno).

Jim Carrey

Jim Carrey in “Man on the Moon”

Ma Jim Carrey è sempre stato “troppo” di più di questo. Come la sua altezza, 1,88 metri. Un gigante. Troppo grande per un palcoscenico. Troppo grande per il piccolo schermo. Troppo grande anche per ogni tipo di etichetta. Jim Carrey è uno dei più grandi attori della storia del cinema perché, in realtà, ha il volto e gli occhi della sofferenza e del dolore umano. E nella sua carriera avrebbe meritato almeno un Oscar, grazie a film drammatici come lo straordinario The Truman Show di Peter Weir (1998, vinse un Golden Globe) dove ci regalò una prestazione manuale capace di sottolineare con innocente ingenuità il dramma che lo sta avvolgendo alle sue spalle. Fece altrettanto con il cupo Man on the Moon di Miloš Forman (1999, il suo secondo ed ultimo Golden Globe) nei panni del comico statunitense Andy Kaufman.

E, dopo lo sfortunato The Majestic (2001), ecco un’altra indimenticabile performance piena di sentimento nello straordinario Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Michel Gondry (2004, tradotto in italiano in Se Mi Lasci Ti Cancello), una poesia d’amore recitata al fianco di Kate Winslet. Non sono poi mancati film thriller – Number 23 di Joel Schumacher (2007), Dark Crimes di Alexandros Avranas (2016) – o  western – The Bad Batch, regia di Ana Lily Amirpour (2016). O cariche di emozioni, come la sua magica prova (in motion capture) di A Christmas Carol di Robert Zemeckis (2009), nel ruolo di Ebenizer Scrooge. Recente, questa volta per la tv è anche Kidding – Il Fantastico Mondo di Mr. Pickles (2018-2020), la serie in due stagioni sulla dolorosa e straordinaria fiaba sulla vita di Jeff Piccirillo e del suo alter ego televisivo Mr. Pickles.

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In “The Truman Show” (1998)

Oltre a tutto ciò che è di dominio pubblico, non sapremo mai quanto Jim Carrey abbia sofferto realmente nella sua vita. Restano certamente impresse nella nostra memoria i suoi discorsi, come quello in occasione della serata degli Oscar 1999, quando ironizzò (prendendo in giro Roberto Benigni) sul fatto che la sua prova in Truman non venne nemmeno presa in considerazione per una nomination, o, più recentemente, quando ai Golden Globes del 2016, con amarezza (dietro al sorriso), sottolineava quanto sognasse di vincere il terzo riconoscimento. Come attore, caro Jim, tu meriti un Oscar speciale, quello che simbolicamente ti conferisco io. Per la tua capacità, unica, di farmi sorridere (ancora, sempre) e quindi di farmi stare bene, perché ridere, soprattutto oggi, anche rivedendo vecchi film, è una medicina. E per la tua capacità attoriale, incompresa, ma immensa e che abbraccia anche storie dolorose. Sei capace di essere chiunque, sei capace di recitare qualsiasi cosa, come i più grandi. Sei un gigante Jim.

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